Oro, incenso & mirra per #natalealverde

Secondo un’antica profezia caldea – la Caldea era una delle regioni della Persia, corrispondente alla parte meridionale dell’odierno Iraq – un giorno, nel cielo, sarebbe apparsa una stella cometa. I Magi – i sommi sacerdoti del locale culto del Fuoco – l’avrebbero dovuta seguire nel suo corso verso occidente. Lì, dove la stella si fosse fermata, avrebbero trovato un bambino neonato, un bambino che minacciava di diventare straordinario, che i Magi avrebbero dovuto mettere alla prova, offrendogli dei doni: per la precisione dell’oro, dell’incenso, e della mirra.

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Se il bambino avesse preso l’oro, da grande sarebbe diventato un re; se avesse preso l’incenso, sarebbe diventato un dio; se avesse preso la mirra, sarebbe diventato un sapiente. Il bimbo li prese tutti e tre.

Ecco, ogni volta che la rileggo, o che la racconto, mi viene la pelle d’oca…

Ci è stata trasmessa – o, almeno, a ME, è stata trasmessa – un’immagine da cartolina della Natività di Nostro Signore: la stalla, la mangiatoia, il bue e l’asinello, le pecorelle, i pastori che cantavano “Adeste fideles” (che fra l’altro mi è sempre piaciuta, vi consiglio la versione di Giuni Russo), “La Notte Santa” di Guido Gozzano… Dio che lagna lui e il suo campanile che mi faceva venire l’ansia, a scuola :-/

Be’, per “The little drummer boy”, sono disposto a chiudere un occhio. Solo per alcune versioni, ovviamente, ma quella è un’altra storia… 😉

Ma noi, che abbiamo più del sapiente o del dio, piuttosto che del re, lasceremo per un attimo da parte l’oro, per occuparci invece dell’incenso e della mirra.

Entrambe resine, essiccate al sole e all’aria, che colano dalle ferite provocate da profonde incisioni, praticate con appositi coltelli rituali, nella corteccia di due diverse piante, o addirittura più di due – le fonti antiche sono controverse al riguardo e la botanica moderna ancora di più – comunque appartenenti alla famiglia delle Burseracee e comunque originarie delle regioni a cavallo del Mar Rosso, siano esse l’Eritrea e la Somalia, oppure lo Yemen e l’Arabia Saudita, la mitica “Arabia felix” dei Romani, il favoloso “paese di Punt”, patria della Regina di Saba di biblica memoria, patria della mitologica araba fenice, della quale, come della fede delle femmine, si dice che “dove sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa” (cit.)… ^_^

Su queste piante “favolose” di cui poco o nulla si sapeva in Occidente e su cui di conseguenza fiorivano miti e leggende, si raccontavano le storie più disparate.

Dell’incenso narra ad esempio Erodoto, nelle sue “Storie”, che gli Arabi facevano bruciare lo storace – altra spezia resinosa, importata in Grecia dai Fenici – per allontanare i numerosi serpenti alati che si radunavano intorno all’albero per proteggerlo. Solamente il profumo dello storace avrebbe avuto il potere di scacciare questi serpenti alati, che sarebbero poi volati fino all’Egitto, il primo e più grande consumatore di incenso del mondo antico.

Plinio raccontava invece, nella sua “Storia naturale”, che la mitica araba fenice, magnifico uccello sacro al Sole, dal dorso color porpora, le lucenti piume dorate attorno al collo, la lunghissima coda azzurra e la cresta sgargiante “quando è vecchia costruisce un nido di rami d’incenso, lo inonda di profumi e vi si adagia in mezzo per morire”. Da lì sarebbe poi rinata a nuova vita, risorta dalle proprie ceneri, come si dice. E questo alla veneranda età di ben 500 anni!

Della mirra parlerò la prossima settimana: oggi sono particolarmente stanco…. :-/

Liberamente tratto da “Viaggio nel mondo delle essenze. Aromi e rimedi di ieri e di oggi” di Marina Ferrara Pignatelli, collana “Il corvo e la colomba”, diretta da Ippolito Pizzetti, Franco Muzzio Editore, Padova, 1991

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Racconto di Natale per #natalealverde

Laggiù, al paese – avete presente “L’albero degli zoccoli?” ecco – la famiglia era così povera che, per le feste, le arance – aranse, con una “s” mooooolto sonora, quasi una zeta – si dividevano fra i vari componenti della famiglia. Si dividevano non nel senso che ogni membro della famiglia ne ricevesse più d’una, ma proprio nel senso che una sola arancia, divisa a metà, veniva passata di mano in mano, e strofinata su una fetta di polenta, calda o fredda che fosse, in modo che il profumo, e il succo, ne impregnassero la superficie. Era una grande attesa, per i bambini, aspettare che arrivasse il Natale, e con esso le aranse, con una “s” mooooolto sonora, quasi una zeta.

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Qui, in città, i bambini erano decisamente più fortunati: le arance – arans, con una “s” decisamente meno sonora – venivano portate in dono dai parenti più ricchi, per chi ne aveva, e finivano immancabilmente a decorare, insieme a qualche mandarino, l’albero di Natale, ed era una grande attesa, la notte di Natale, poter staccare dall’albero quei frutti giallo-dorati, un po’ schiacciati ai poli, oppure quelle meravigliose sfere avvolte nelle carte colorate che, scartate, mostravano i meravigliosi soli aranciati. Le arans, appunto, ma con una “s” decisamente meno sonora.

Quand’ero piccolo – credo – sotto le feste si trovavano i primi mandarini cinesi, insieme ad altri frutti che non conoscevo: “primizie” le chiamava mia madre. Non mi sono mai piaciuti, i mandarini cinesi, con quel sapore così aspro e con quel colorito giallognolo, al limite dell’itterico. Solo molto tempo dopo ho scoperto che il loro nome cinese, traslitterato, suona kum-quat. Ma continuano a non piacermi, con quel sapore così aspro e con quel colorito giallognolo, al limite dell’itterico.

I ma-po, poi, erano ancora di là dal venire, con quel loro colore sempre indeciso fra il verde e il giallo, e il sapore asperrimo. O asprissimo?!? Mah! Ai posteri l’ardua sentenza. Eppure non mi dispiacevano, con quel loro colore sempre indeciso fra il verde e il giallo, e il sapore asperrimo. Finchè qs anno, per la prima volta, non li ho visti finalmente maturare, e virare al giallo-arancioncino (cioè arancio pallido), che continua ben oltre la buccia, fin dentro la polpa. Ed è stata decisamente un’epifania, una rivelazione: dopotutto sono figli di un mandarino e di un pompelmo, e dal primo hanno ereditato il colore. E il profumo. Indescrivibile e divino. E il sapore, dolcissimo ma non stucchevole, benchè annacquato dalle eccessive piogge di qs estate. Non so se mi piaceranno ancora, i ma-po del supermercato, con quel loro colore sempre indeciso fra il verde e il giallo, e il sapore asperrimo. Devo assolutamente convincermi che sono due cose diverse: i ma-pi del supermercato e i ma-po maturati in pianta, benquantunque maturati in serra sotto il sole di Cologno Monzese, come ebbe a dirmi qualche settimana fa un “amico” di FB, in tono di scherno.

Poi hanno cominciato ad arrivare i primi pommeli, dapprima nei negozi di “cineserie” e di cibi etnici, nella China-town milanese, ma allora mi guardavo bene dal comprarli, guardandoli anzi con una certa aria di diffidenza. Mi ispiravano poca fiducia, enormi di dimensioni e con la “buccia” spessa, mooolto spessa, troppo spessa, io che avevo già il mio bel daffare a sbucciare tonnellate di “bucce” di pompelmi, per farci ettolitri di spremute, abbondantemente zuccherate, perchè, si sa, il succo di pompelmo ERA tanto amaro, ma faceva tanto bene alla salute. Già, ERA: dove son finiti i bei pompelmi amari di una volta, rigorosamente gialli o, a volte, più timidamente rosa. Col passare degli anni si è ridotta sempre più la buccia, sono diventati sempre più rosa e sempre meno amari, perchè la gente li vuole così: rosa e scipiti. Ma faranno altrettanto bene, ORA, le spremute di pompelmo rosa e scipito? Sarà…. ma io ho i miei forti dubbi…

Così come ho i miei forti dubbi sui mandarini apireni, senza semi cioè, ma anche inodori, incolori e insapori, perchè così vuole il mercato. E i deliziosi sorbetti al mandarino, delizia per il palato e gioia per il mio olfatto sopraffino, ce li scordiamo, così come un sacco di altre cose: l’uva che sappia di uva, le ciliegie di cilliegie, le angurie di anguria, eccetera eccetera. Già, bieca retorica, direte voi, mais où sont les neiges d’antan, e le arance colorate nelle loro carte da scartare, gioia per grandi e piccini, in quanto rare e preziose, proprio come il Natale?

Anzi, sapete che vi dico? Se oggi come oggi, preso da improvviso raptus di follia natalizia decidessi mai di fare un albero, credo che sopra ci metterei dei bergamotti, incolori e insapori, sì, ma dallo stupefacente profumo di Acqua di Colonia, oppure dei mandarini satsuma, recente, recentissima scoperta. Non quelli del supermercato però, perchè non sanno di niente. Oppure se proprio proprio decidessi di strafare, lo decorerei con i frutti della Fortunella crassifolia, scoperta dello scorso anno: l’agrume migliore che mi sia capitato di assaggiare finora. Peccato che maturi nel pieno dell’estate, ma lì c’è il mio compleanno, e quella è un’altra storia ahahahahah 🙂

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Sinfonia in giallo

Fiat lux. Sia fatta la luce. E luce fu. A terra, ad altezza d’uomo e anche un po’ più su, sopra le nostre teste. E da quel giorno ci fu solo l’imbarazzo della scelta: giallo sole, giallo oro, giallo girasole, giallo polenta, giallo limone, giallo primula, vaniglia, chartreuse e persino verde acido. Tinte unite, cangianti, margini, macchie, aloni, chiazze, che sembrano buttate lì a caso oppure dipinte dal pennello di un miniatore con certosina pazienza.

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E pensare che un tempo non mi piaceva il giallo. Colori forti, luce intensa: gaillardie, coreopsis, rudbeckie, gazanie, girasoli … Tutte – senza eccezione – “without a hint of orange”, senza traccia d’arancione, come dicono gli inglesi. Poi ho capito dove stesse il problema: colori forti, luce intensa, tutte – senza eccezione – margherite (Asteracee), tutte – senza eccezione – senza traccia d’arancione. C’è di che rimanere feriti, più che abbagliati. Soprattutto sotto la luce violenta del nostro Sud. Poi ho scoperto i fogliami: tinte morbide, suadenti, colori pastello, perfetti per illuminare angoli ombreggiati, oppure stridenti, che sembrano uscite dall’evidenziatore di un correttore di bozze impazzito, oppure ancora con sfumature d’arancio, e in questo caso si tratta di varietà fatte per crogiolarsi al sole.

Già Gertrude Jekyll, inventrice del “giardinaggio all’inglese” – e nume tutelare di noi giardinieri “coloristi”, un po’ romantici e un po’ nostalgici – diceva, nel suo ***, che se avesse avuto altro spazio a disposizione si sarebbe fatta un giardino giallo. La poveretta – si fa per dire – possedeva una tenuta (Munstead wood, nel Surrey) di *** ettari. Ma, si sa, agli appassionati di piante lo spazio non basta mai. E quello che non poteva fare a casa propria lo consigliava, e lo faceva, a casa d’altri. Ecco così ligustri dorati, agrifogli variegati, tassi aurei.

Vita Sackville-West, a Sissinghurst, celebre per il suo giardino bianco, aveva anche quello che chiamava “il suo giardino del tramonto”, ma si trattava, in questo caso, soprattutto di fiori: ***

Chissà cosa avrebbe fatto se avesse avuto a disposizione l’Hemerocallis ‘Stella d’oro’ …

Penelope Hobhouse, e sono passati alcuni decenni, dedica ai fogliami gialli alcune pagine del suo “Colour schemes for the flower garden”. La scelta si è decisamente ampliata: ***

Per noi, fortunati giardinieri del terzo millennio, la scelta è, ovviamente, ancora più ampia, ed ogni giorno – o quasi – compaiono nuove varietà, selezioni o mutazioni, nei toni del giallo. Ormai non esiste quasi categoria di piante che non abbia fra i propri rappresentanti esemplari che abbiano abbracciato la scelta radicale del giallo, o almeno ci provino. Stagionali, erbacee perenni, arbusti piccoli, medi e grandi, alberi, conifere, persino felci ed agrumi!

Questa “scelta”, se così la possiamo chiamare, dal punto evolutivo proprio non si spiega. Eppure, se da un giorno con l’altro, piante fino a quel momento assolutamente tranquille e rispettabili decidono di abbandonare il fascino rassicurante e un po’ borghese del “tutto verde” e si lasciano andare alla tentazione radical-chic – persino un po’ new-age, se vogliamo – del “tutto giallo”, oppure del “così-così”, qualche ragione ci deve pur essere. Ma a noi ancora sfugge. Sappiamo tutti cosa perdono, decidendo di passare al giallo: meno clorofilla vuol dire una crescita più lenta, una minore resistenza alle avversità; una maggiore predisposizione al “male di vivere” insomma, se le condizioni in cui sono coltivate non sono proprio ottimali. Ed infatti la scelta più diffusa è quella del “così-così”: macchie, chiazze più o meno accentuate, appariscenti variegature oppure margini quasi invisibili.

Per chi decide invece di passare al “tutto giallo”, le conseguenze sono ancora più drammatiche: la perdita dei pigmenti protettivi ha come primo risultato di rendere la pianta più sensibile ai raggi diretti del sole, soprattutto quando questi colpiscono con maggiore intensità, nelle ore centrali della giornata o durante i mesi estivi. Non è un caso infatti che la maggior parte di queste piante, tranne alcune eccezioni – solitamente segnalate dai produttori con scritte a caratteri cubitali – preferiscano posizioni semiombreggiate o, almeno, schermate. Se piantate in posizioni troppo esposte ai raggi del sole, infatti, queste piante manifestano segnali di disagio di varia intensità: il primo a cui dobbiamo prestare attenzione è un fenomeno di “imbianchimento” generale della vegetazione, più sensibile sulle foglie nuove, che, nei casi più gravi – accentuati da irrigazioni inadeguate o in posizioni esposte al vento – può arrivare fino al cosiddetto “scorching”, l’ustione da sole. Si tratta inizialmente di un danno di tipo estetico: le foglie presentano infatti i margini o parte della lamina rinsecchita, come se fosse stata bruciacchiata, ma, se non si corre ai ripari in tempo breve, la pianta esprimerà il suo disagio con un generale rallentamento della crescita o, nei casi più gravi, con la morte. Attenti però a non esagerare con l’ombra perché potrebbe accadere che, se questa è eccessiva, le piante rinverdiscano.

Altre volte ancora, invece, sono dei virus, non letali ma non per questo meno subdoli, a modificare l’aspetto della piante. E questi sono i casi in cui, anche all’occhio meno esperto, la pianta prende un aspetto decisamente malsano: ad esempio nel geranio edera “Crocodile”, le nervature, da verdi che erano, diventano di un inquietante giallo limone. Quando compaiono fenomeni di questo tipo i collezionisti si precipitano a collezionare, mentre noi comuni mortali ci precipitiamo ad acquistare del solfato di ferro, convinti che il poveretto sia stato colpito da una forma fulminante di clorosi. Ma, si sa, il mondo è bello perché è vario.

Gli agrumi: colori e profumi d’Oriente

Ex Oriente lux”: la luce viene da Oriente, e così gli agrumi, seguendo la storia della Civiltà e le rotte dei traffici commerciali.

Conosci tu la terra dove fioriscono i limoni?/ Dove fra le scure foglie splende l’arancia d’oro e un dolce vento/ spira già dal cielo azzurro e il mirto/ silenzioso con l’alloro sta?/ Dimmi, tu la conosci?/ Laggiù, laggiù/ voglio con te fuggire, o dolce amato.” (J. W. Goethe)

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Oggi, nell’era dei viaggi intercontinentali e del turismo di massa, altri nomi hanno sostituito gli agrumi nell’immaginario collettivo: la plumeria, la tiarè, la jacaranda, ma, quando viaggiare era un lusso per pochi ed erano solo intellettuali e giovani di buona famiglia a potersi permettere il Grand Tour, “agrumi” faceva rima con Mediterraneo, con Roma e con la Grecia, culle della civiltà classica.

E per i Tedeschi, che allora come oggi, scendevano nel Bel Paese attraversando il Passo del Brennero, il “warm welcome” (il caldo benvenuto) arrivava in prossimità del Lago di Garda, dove già si cominciava a respirare area di Mediterraneo e dove, guarda caso, esiste una località dall’evocativo nome di Limone del Garda, la località europea più settentrionale in cui gli agrumi erano coltivati in piena terra a scopo produttivo e non solo esclusivamente ornamentale.

Comparsi sulla faccia della Terra – con forme simili a quelle che vediamo oggi – all’incirca trentacinque milioni d’anni fa, gli agrumi sono originari di un’ampia fascia del Sud-Est asiatico, caratterizzata da un clima di tipo monsonico, che va dall’India al Giappone, passando dalla penisola indocinese, dalla Cina meridionale e dalle Filippine, a quote che vanno dal livello del mare fino alle medie altitudini. Queste aree hanno comunque tutte in comune la presenza di estati calde ed inverni miti, con minime raramente al di sotto degli zero gradi centigradi, seppure con qualche eccezione.

Essi hanno poi accompagnato l’Uomo nei suoi spostamenti almeno a partire dal III millennio avanti Cristo. Al XXIII sec. a.C., ai tempi dell’imperatore Ta Yu (intorno al 2205-2197 a.C.), risale infatti il primo riferimento storico ad un agrume, il “Chu”, quasi certamente un tipo di mandarino a frutto piccolo.

In Occidente il primo agrume ad essere conosciuto fu il cedro, arrivato presso i Greci grazie alla spedizione in India di Alessandro Magno, che però lo trovò coltivato nei giardini persiani. Questo frutto fu poi adottato dal popolo ebraico per la cosiddetta Festa delle Capanne, o dei Tabernacoli. Presso i Romani esso invece era detto “citrus” – il nome del genere a cui nella botanica moderna appartengono tutti gli agrumi più noti – oppure “malum medicum”, perché lo si riteneva originario della Media, una regione del Medio Oriente. Ne parlano nelle proprie opere sia Virgilio che Dioscoride, mentre Plinio il Vecchio nella sua “Storia naturale” ci racconta che veniva utilizzato dai nobili per profumare l’alito o come repellente per insetti, poiché era ritenuto immangiabile.

Notizie del limone si ebbero invece a Roma intorno al primo secolo d.C., perché è a questo periodo che risale un affresco rinvenuto a Pompei raffigurante una pianta con ventuno frutti.

L’arancio amaro, o melangolo, giunse in Europa insieme ai Crociati di ritorno dalla Palestina, oppure venne introdotto in Sicilia dagli Arabi intorno al X-XI secolo d.C.

L’arancio dolce venne invece portato in Europa nel Cinquecento dai Portoghesi, che lo conobbero nelle loro navigazioni intorno al mondo.

La “citromania”, nata nella Firenze dei Medici, impazzò poi nelle corti europee per tutto il Sei e il Settecento. Nobili e case regnanti facevano a gara nell’accaparrarsi le varietà più strane – un po’ come succedeva per i tulipani, e come succederà, nell’Ottocento, con le orchidee – e nella costruzione delle più imponenti strutture dove ricoverare le piante durante i mesi invernali che, a seconda del luogo e del momento, presero via via il nome di conserve, limonaie, orangeries, etc. E’ ovvio che la magnificenza delle collezioni e delle limonaie procedeva di pari passo con la grandeur e la disponibilità economica dei committenti. Si racconta, ad esempio, che Luigi XIV (il magnifico Re Sole) possedesse più di mille vasi di agrumi – i famosi cassoni di Versailles – di cui un centinaio d’argento, così come d’argento erano i cache-pot che ospitavano le piante di limone fiorite all’interno della celebre Galleria degli Specchi, ma anche quelle d’arancio, le preferite del Re, in quanto emblema solare. Per la cronaca l’orangerie di Versailles è la più grande del mondo, seguita da quella di Schonbrunn.

Per quanto riguarda la selezione di nuove varietà, all’inizio il merito andava tutto alla presenza e alla disponibilità di insetti pronubi compiacenti, i quali svolazzavano incuranti da un cedro ad un limone, da un pommelo ad un arancio amaro, prima in natura e poi nelle collezioni, dando via via origine a nuove entità, come è il caso, ad esempio, dei limoni cedrati, delle lumìe e, pare, del bergamotto.

L’individuazione e la riproduzione degli “sport” (mutazioni gemmarie spontanee) costituiva un altro modo per ampliare il numero di varietà in coltivazione, da cui ebbe origine una forsennata caccia alle novità, che rappresentavano dei veri e propri status-symbol.

Il maggiore documento iconografico di questo boom collezionistico è rappresentato da quattro tele dipinte intorno al 1715 da Bartolomeo Bimbi, pittore di corte del sesto granduca di Toscana, Cosimo III de’ Medici, in cui sono raffigurati 114 soggetti, molti dei quali purtroppo andati persi nel corso dei secoli, mentre una buona parte si è conservata nelle collezioni del Giardino di Boboli e della Villa Medicea di Castello.

Negli ultimi decenni, invece, nuove varietà sono nate da incroci mirati allo scopo di sviluppare migliori caratteristiche dei frutti, ad esempio la mancanza di semi, oppure, ancora più di recente, mediante le più innovative tecniche di selezione agronomica.

E’ così che sono nate, ad esempio, piante i cui frutti sono ormai facilmente reperibili sul mercato, come il mapo (incrocio tra mandarino e pompelmo), oppure altre destinate alla coltivazione a scopo ornamentale. E’ il caso del lipo (incrocio tra limone e pompelmo), del ku-cle (incrocio tra il kumquat, meglio noto come mandarino cinese, e il clementino, meglio noto come mandarancio) o del lime-quat (incrocio tra lime e kumquat), che produce frutti che pendono dai rami come deliziose piccole uova gialle.

 

Con quella faccia un po’ così…

quell’espressione un po’ così, che abbiamo noi che siamo nate… ai tropici. Il che, poi, non è sempre vero. E vedremo il perché.

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I climatologi non sanno più che pesci pigliare e noi neppure. I laocoonti del giardinaggio hanno, per tutta la primavera, cavalcato l’onda dei cambiamenti climatici, buttandosi a capofitto su quelle che vengono definite “waterwise plants”, le piante che risparmiano – e fanno risparmiare a noi – acqua. E così non c’è stata rivista, dalle teste di serie fino ai bollettini parrocchiali, o mostra più o meno blasonata, da Masino giù giù fino al tacco d’Italia, che non si sia occupata di questo argomento così scottante e così irresistibilmente “d’attualità”. Tranne che all’Orticola, dove si è continuato ad esporre, e a proporre, piante come se nulla fosse, a riprova del fatto che – forse – a Milano l’acqua del sindaco non si paga ancora abbastanza oppure – molto più probabilmente – che non esiste terrazzo di città, per quanto accuratamente progettato e amorevolmente accudito, capace di resistere senz’acqua per più di qualche manciata di giorni.

E poi, in barba ad ogni previsione, quella passata è risultata essere la primavera più piovosa degli ultimi quarant’anni, almeno qui al Nord. Colpa della Nina, dicono. A ennesima dimostrazione del fatto, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che l’uomo propone e Dio dispone. Ma, purtroppo, una rondine non fa primavera e solo il tempo ci dirà a cosa stiamo andando incontro. Tutti i modelli sono però concordi nel prevedere una progressiva diminuzione della quantità complessiva delle precipitazioni, con una lenta ma costante “aridificazione” del nostro clima. Quasi tutti i modelli sono anche concordi nell’affermare che i fenomeni meteorologici diventeranno sempre più improvvisi, brevi ed intensi, per via della maggiore quantità di energia presente in atmosfera a causa del riscaldamento globale.

Per quanto ci riguarda, si presentano due scenari: il primo prevede, per il nostro Sud, una lenta, ma neanche troppo – trent’anni sono un periodo di tempo abbastanza breve se paragonati all’età della Terra, un po’ meno se confrontati alla vita media di un essere umano – desertificazione, con drastica diminuzione delle precipitazioni e contemporanea salinizzazione dei suoli. Se proprio vogliamo essere ottimisti e cercare il lato buono in ogni cosa, potremmo immaginare, in un futuro non molto lontano, di poter raccogliere i datteri nel giardino di casa, anziché andare a comprarli. Ma non mi sembra un granché, come consolazione.

Per quanto riguarda l’Italia del Nord, invece, i pareri sono discordi: non è possibile prevedere con certezza se le nostre regioni settentrionali verranno “catturate” dall’influenza del bacino mediterraneo, oppure si assoggetteranno al regime climatico del Centro-Europa. In questo caso, pare, dovremmo assistere ad una progressiva continentalizzazione del clima, con estati sempre più lunghe e torride ed inverni sempre più freddi. Oppure, altra ipotesi, avremo due sole stagioni: quella umida e quella asciutta, un po’ come succede nelle regioni dell’Asia orientale sottoposte al regime monsonico, da cui proviene una buona parte delle piante di cui parleremo questo mese.

Cosa, questa, che sembrerebbe confermare quello che si sente ripetere quasi ogni giorno ad ogni fermata del tram: e cioè che non esistono più le mezze stagioni e non si sa mai cosa mettere quando si esce di casa, e che si stava meglio quando si stava peggio, quando le estati erano estati e gli inverni erano inverni e, udite udite, nevicava, persino!

Se queste sembrano essere le tendenze globali, valide su larga scala – e cioè almeno a livello regionale – quello che a noi interessa per la coltivazione delle nostre beniamine sono invece le singole situazioni dove, al verificarsi di particolari condizioni, si creano i cosiddetti “microclimi”, fortuna o dannazione di ogni proprietario di spazi verdi e dove la presenza o meno di un angolo, di una siepe qualche metro più in là o di una costruzione nelle vicinanze può rappresentare la differenza tra la vita e la morte per piante considerate “a rischio”. Si favoleggia, ad esempio, che fino a solo 15-20 anni fa, qui nella fertile e ricca Brianza dove ormai le nebbie sono diventate un miraggio, fosse impossibile coltivare, non dico sughere e fichi d’india, ma persino ulivi, melograni e corbezzoli, che ora invece vanno così di moda, a conferma della progressiva “mediterraneizzazione” del clima delle nostre città. Anche, e soprattutto, a causa della cosiddetta “isola di calore urbano”, che rialza le minime invernali anche di 4 o 5 gradi rispetto alle campagne circostanti. E quella che in estate è sicuramente una maledizione – con la sensazione di calore soffocante e le superfici asfaltate e cementificate che rilasciano il calore accumulato durante il giorno, rendendo ogni notte una nuova, prolungata agonia – d’inverno potrebbe diventare, smog a parte, un vero e proprio toccasana per le nostre piante. E’ quindi ai fortunati possessori di umidi ed ombrosi cortili di città, dove nulla riesce a crescere a causa dell’ombra proiettata dagli edifici (troppo) vicini che mi rivolgo stavolta. Per loro, anche se può sembrare strano, sarà più facile riuscire a creare la propria “giungla privata”.

Ma…!” direte voi… Non c’è “ma” che tenga. Ormai dovremmo averlo capito: le flore del mondo sono così sconfinate e la scelta di piante possibili così vasta che quasi certamente riusciremo a trovare quella che fa al caso nostro. L’importante è, come sempre, andare a “pescare” nei luoghi giusti: in questo caso zone caratterizzate da estati lunghe, calde ed umide, e da inverni freschi, a volte persino freddi, e moderatamente asciutti.

Se, quindi, nel nostro immaginario botanico, lasciamo stare per un attimo Sandokan e i suoi tigrotti della Malesia – alle prese con liane e ficus strangolatori – le prime piante che ci vengono in mente, se pensiamo al concetto di “esotico”, sono palme e banani, seguiti immediatamente dai bambù.

Le prime sembrano sempre così irrimediabilmente fuori posto, se non fosse per quel famoso Trachycarpus fortunei – un tempo conosciuto come Chamaerops excelsa – che, arrivato dalla Cina sul finire del Settecento, ha poi cominciato a diffondersi per tutti i giardini d’Europa in pieno Ottocento, sull’onda di quella “esotomania” che, in quegli anni, a causa dei maggiori scambi commerciali con l’Oriente e dell’impazzare della moda del “giardino all’inglese”, ha diffuso, ovunque il clima lo consentisse, un’immensa quantità di piante provenienti dalla Cina e dal Giappone. Eh già, perché la nostra bella orientale, così a suo agio in ogni giardino affacciato sui laghi del Nord – tanto da essere diventata, in alcuni casi, infestante – è arrivata quatta quatta dalla Cina ormai quasi duecento anni fa. Non che noi qui non si avesse la nostra brava palma, la cosiddetta palma nana o palma di S. Pietro (Chamaerops humilis) – tra l’altro l’unica spontanea in Italia – ma si tratta di una pianta dall’habitat naturale così localizzato da essere appannaggio, inizialmente, solo dei giardini situati in zone dal clima molto simile a quello di origine, e quindi quelli della Riviera, sia nostra che oltreconfine. E’ solo di recente che, grazie appunto, come si diceva, ai cambiamenti climatici e al periodico ricorso delle mode, la troviamo, incurante del vento, felice come non mai di non avere a che fare con la salsedine, a crogiolarsi al sole dei terrazzi “in” delle città del Nord Italia.

Ai nostri giorni, come sempre grazie alla maggiore sensibilità di alcuni vivaisti illuminati, alle sempre più pressanti richieste da parte dei gruppi di appassionati e, soprattutto, al Mare Magnum della Rete, la disponibilità di palme per i climi temperati è in lento ma costante aumento e, fra generi e specie, c’è – quasi – l’imbarazzo della scelta. E, come mi piace ripetere, una pianta per ogni situazione (o quasi).

Dalle Brahea alle Butia, da certe Chamaedorea alle Trithrinax, da Sabal e Serenoa alle Washingtonia: vecchie e nuove, sperimentate o da sperimentare, tutte assieme appassionatamente. Un avviso: le palme danno dipendenza; una volta entrati nel tunnel vi sarà difficile uscirne. Conosco almeno un paio di casi documentati scientificamente.

Anche qui, se mi è consentito un solo nome, la scelta ricade su Trachycarpus princeps: originario della Cina occidentale (Yunnan), dove cresce su ripide pareti rocciose a strapiombo sulle acque del fiume Nu Jang. Bello e impossibile (da trovare), perché la sua scoperta risale solo al 1997. Ma, ve lo assicuro, il sacrificio e l’attesa saranno ampiamente ricompensati dalla magnificenza (e maestà, come dice il suo nome) delle splendide foglie, pruinose e bluastre su entrambe le pagine.

Le palme sono tallonate da presso dai banani, più o meno per lo stesso motivo e a partire dagli stessi anni. L’”untore” è, in questo caso, rappresentato da Musa basjoo, stavolta di origine giapponese: diffusissimo anch’esso nei giardini sui laghi, ma anche nei cortili di città riparati dal vento che – come tutti i banani – soffre terribilmente, esso riesce, negli anni favorevoli – e cioè ultimamente, sempre più spesso – a fiorire e ad abbozzare la formazione del casco.

Non mancano però sfolgoranti novità – se così si possono chiamare – reperibili con sempre maggiore facilità sui mercati appena un po’ specializzati: fra queste spicca, per il colore verde-glauco delle foglie e il portamento da “nanerottola” Musella lasiocarpa, dalla sfolgorante fioritura gialla, in grado di durare, si dice, fino a otto mesi. Come in tutti i banani, dopo la fioritura il fusto principale muore, ma la produzione di polloni basali è così abbondante che il rischio di perdere la pianta è pressoché nullo.

E veniamo ora ai bambù. Dai nani di 15-20 centimetri (Pleioblastus pygmaeus “Distichus”) ai giganti di 15 metri e oltre (Phyllostachys bambusoides, P. vivax), c’è solo l’imbarazzo della scelta. Mentre vi affannate alla ricerca degli introvabili – ed incoltivabili, almeno da noi – “blue bamboo” (Borinda, Hymalayacalamus, etc.), vi consiglio di soffermarvi sui bambù dai culmi gialli (Phyllostachys aureosulcata “Aureocaulis”, P. bambusoides “Holochrysa”, P. vivax “Aureocaulis” e alcuni altri): sapranno aggiungere un insolito tocco di colore invernale alla vostra giungla domestica.

Come potete vedere dall’elenco più in basso – e non si tratta che di un assaggio – la scelta è davvero ampia e, ovviamente, abbraccia tutte le categorie di vegetali: dagli alberi agli arbusti, dalle piante erbacee ai rampicanti, fino all’eterogenea categoria comprendente tutte le bulbose/tuberose/rizomatose.

Dove andare a parare dipende principalmente dal vostro personale concetto di esotico e, soprattutto, dalle condizioni ambientali che avete a disposizione. Se avete a che fare con sole a picco, venti sferzanti e magari anche la salsedine, i luoghi più adatti dove andare a cercare le vostre piante sono sicuramente il Sudafrica e l’Australia, da cui provengono vere e proprie bizzarrie vegetali, ormai abbastanza facilmente reperibili anche nei vivai meno specializzati.

Se invece avete un giardino al lago o a mezza collina, con abbondanza di acqua a disposizione e un clima fresco durante l’estate, potete provare a coltivare piante della flora cilena, ricca di meravigliosi gioielli del sottobosco.

Se, invece, avete un giardino, un cortile o un terrazzo in città, la mancanza di un paesaggio naturale da cui prendere spunto può diventare – anziché frustrante freno inibitore – incentivo a lasciare andare per una volta a briglia sciolta la fantasia, senza altro limite che il vostro gusto personale.

PS Mentre mi accingevo a scrivere queste ultime righe, mi sono accorto che cominciavano a cadere i primi, timidi, fiocchi di neve e mi sono precipitato, sconsolato, alla finestra: se c’è una cosa, oltre al vento, che le mie amatissime piante temono, questa è appunto la neve. Ma non per partito preso, semplicemente per ignoranza: spesso è mancata loro – nel corso dell’evoluzione – la conoscenza diretta con questo affascinante fenomeno. Le loro splendide foglie, solitamente così generose ed esuberanti, temono il contatto con i candidi fiocchi ghiacciati che possono, nel migliore dei casi, ustionare le foglie e, nel peggiore, farle schiantare miseramente al suolo.

Coltivazione in pillole

– Esposizione: essendo piante abituate a vivere, in natura, al riparo di altre piante, amano la luce filtrata – quando non addirittura l’ombra – almeno nelle ore centrali della giornata

– Innaffiature: abbondanti, nella fase di crescita; diradate oppure sospese quasi completamente durante la stasi vegetativa

– Concimazioni: anche in questo caso, provenendo da ambienti in cui sono abituate ad affondare le loro radici in suoli sciolti e permeabili, ricchi o ricchissimi di sostanza organica, amano concimazioni abbondanti, anche se distanziate nel tempo, oppure leggere e ravvicinate, in grado di sostenere crescite a volte veramente “esplosive”, come è il caso di certi bambù o dei banani.

Piccola bibliografia

G. Betto “Le piante rampicanti”, L’ornitorinco, Rizzoli, Milano, 1986

G. Betto “Le piante insolite”, G. Mondadori Editore, Milano

E. Banfi, U. Quattrocchi “Piante rustiche tropicali”, A. Mondadori Editore, Milano, 1996

F. Consolino, E. Banfi “Piante rampicanti”, A. Mondadori Editore, Milano, 1993

G. Church “Trees and Shrubs for Flowers”, Firefly books, 2002

G. Church “Trees and Shrubs for Foliage”, Firefly books, 2002

G. Church “Trees and Shrubs for Fragrance”, Firefly books, 2002

D. Ellison “An Illustrated Reference to Garden Plants of the World”, New Holland publishers, 2002

W. Giles “Encyclopedia of Exotic Plants for Temperate Climates”, Timber Press, Portland, Oregon, 2007

C. Lloyd “Exotic Planting for Adventurous Gardeners”, Timber Press, Portland, Oregon, 2007

Altri rampicanti per climi temperati

S’aggrappano, s’appoggiano, festonano, ricadono mollemente, rivestono con la grazia di trine e merletti, oppure scalano, divorano, ricoprono, a volte strangolano, persino.

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No, non stiamo parlando di settecentesche dame in crinolina né di un’orda famelica di barbari invasori, stiamo parlando di rampicanti: un eterogeneo gruppo di piante, appartenenti alle più varie famiglie botaniche e provenienti dalle più diverse regioni del globo e, quindi, adatte a venire incontro alle nostre più disparate esigenze. Eppure… eppure…

Nel frattempo, in un qualunque vivaio/garden center di una qualunque parte d’Italia…

Buongiorno, avete mica il gelsomino?” “Quale?” – fingendo indifferenza, ma già sapendo dove si andrà a parare. “Ma sì, quello… solito, quello che non perde le foglie”. “Quello con le foglie lucide, lanceolate, un po’ spesse?” “Ma sì, quello… normale!” “Ah, sì, ho capito – ostentando una certa aria di sufficienza – il falso gelsomino?” “Perché, non è quello vero?!?” “No, guardi, signora, quello vero è tutta un’altra cosa!”

Perché davvero non se ne può proprio più, di questo benedetto Trachelospermum jasminoides. Il quale, oltretutto, è ancora noto come Rhyncospermum jasminoides Hort., dove Hort. sta per “hortulanorum”, cioè “dei giardinieri”o, peggio ancora, “dei vivaisti”. (Nota: entrambe le categorie sono tristemente note per la lentezza biblica con cui si adeguano ai cambiamenti nella nomenclatura botanica. I Botanici – quelli che per professione danno i nomi alle piante – dal canto loro, ogni tanto si lasciano prendere un po’ dall’ebbrezza del gioco e contribuiscono a complicare non poco la vita di noi poveri “consumatori di piante” o utenti, come si preferisce dire oggi). Il nome di “falso gelsomino” gli deriva invece dal fatto di appartenere alla famiglia delle Apocynacee (quella dell’oleandro, per intenderci), mentre i veri gelsomini (genere Jasminum) appartengono alla famiglia delle Oleacee (quella dell’ulivo, per intenderci). Prova ne è che da qualunque lesione e/o ferita cola un latice bianco e appiccicaticcio. Tossico, per di più, ma solo se entra in contatto con le mucose.

Per essere bello, è bello: con quelle sue foglie verde scuro, lucide, coriacee, e la fioritura bianca, profumata – forse fin troppo – talmente abbondante da coprire completamente la pianta. Oltretutto ha dalla sua la resistenza al sole, all’ombra, all’inquinamento, alla mancanza d’acqua, alle sevizie che solo i più inesperti “pollici grigi” possono arrecare alle loro beniamine. E, dulcis in fundo, un’invidiabile resistenza alla costrizione in vaso e un lento, lentissimo processo di invecchiamento. A pari merito con un’altra pianta bella, bellissima, dalle foglie lucide, sempreverdi e dall’altrettanto profumata fioritura bianca e, se possibile, altrettanto abusata: il pittosforo.

Come se, con tutto il ben di Dio che esiste fra i rampicanti, la scelta, alla fine, si fosse ridotta a due sole essenze: il falso gelsomino, al sole, e l’edera, ma un po’ a malincuore, all’ombra. Perché ormai sono queste le caratteristiche che devono possedere queste povere piante, se vogliono meritarsi, e soprattutto mantenere, un posto, sui nostri balconi/terrazzi o nei nostri giardini: devono innanzitutto essere sempreverdi, per dividere, separare, coprire, mascherare, occultare, nascondere – e chi più ne ha più ne metta – da quelli, che prima di essere considerati dei vicini, più o meno prossimi, sono considerati dei nemici, degli inguaribili voyeur. I quali, probabilmente, penseranno esattamente la stessa cosa di noi.

Se poi in più la pianta in questione ha anche il bonus della fioritura, allora ben venga, purché, è sottinteso, non sporchi troppo. Ma nel caso del Trachelospermum, anzi, pardon, Rhyncospermum, si può ben chiudere un occhio, in nome di tanta bellezza e di tanto profumo.

Anche se, come dicevamo poc’anzi, il gelsomino vero è tutta un’altra cosa. Ahinoi!

Come se, fra rampicanti, sarmentose, volubili e scandenti; fra uncini, viticci, ventose, radici aeree e peduncoli fogliari, non esistesse, non dico qualcosa di meglio, ma almeno di alternativo.

Sono passati poco più di vent’anni da quando il compianto Guglielmo Betto, instancabile ricercatore e attento sperimentatore (in un’epoca in cui – non dimentichiamocelo – Internet non esisteva), oltre che affascinante divulgatore, nel suo “Le piante rampicanti” (L’ornitorinco, Rizzoli, Milano, 1986), si profondeva nell’elenco di un’ottantina di generi – vi lascio quindi immaginare il numero di specie – di rampicanti”insoliti”. In quell’elenco il nostro amatissimo falso gelsomino era ancora riportato come pianta da diffondere (nel senso che qui al Nord la sua resistenza al freddo era ancora tutta da sperimentare). Ecco, direi che nel frattempo, si è decisamente diffusa. Fin troppo.

Esattamente come, giusto per parlare di un’altra pianta “à la page”, la Photinia ‘Red robin’ è diventata LA SIEPE degli anni ’90-2000, come il lauroceraso lo era stato negli anni 50-60-70-80, e prima di lui, il ligustro. E chi, se lo ricorda più, ormai, il ligustro?

Esattamente come, se mi si permette la citazione colta: “Da una ricerca storica condotta velocemente da me stessa, risulta che l’anno della mia prima comunione, la rughetta (rucola, N.d.A.) non esisteva”. Così recita, in uno dei suoi libri, Luciana Littizzetto, irriverente come sempre.

Ecco, probabilmente, anche il Rhyncospermum non esisteva, l’anno della mia prima comunione, o, almeno, se ne stava ancora saldamente ancorato a casa sua, e non a qualunque ringhiera-treillage-recinzione, di un qualunque balcone-terrazzo-giardino di un qualunque borgo-paese-città d’Italia, dall’Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno (quello che passa da Bologna).

Errata corrige: dall’elenco – datato 1884 – delle piante coltivate in un giardino storico sul lago di Como, di cui sto curando la riqualificazione botanica, risulta che il nostro (allora ancora Rhyncospermum) era purtroppo già tristemente noto alle cronache.

Come potrete immaginare, si tratta di un’opinione assolutamente personale, che deriva dal fatto di vivere in compagnia del nostro beneamato per ben dodici mesi all’anno (N.d.A.)

Se invece siete proprio degli inguaribili aficionados e avete paura a lasciare la strada vecchia per la nuova, vi consiglio alcune piccole variazioni sul tema: Trachelospermum asiaticum, molto simile al nostro ma dal fiore giallino e un profumo meno fastidioso, e due strane varietà più adatte però come tappezzanti che come rampicanti: il cosiddetto Trachelospermum asiaticum “angustifolium” e il T. asiaticum “Tricolor”, dalle vistose screziature bianche e rosa.

Se invece siete degli imperdonabili romantici e per voi la rosa rimane la regina dei fiori, spiacente di spezzarvi il cuore, ma sappiate che in realtà non si può parlare di rose rampicanti – perché le rose non hanno mezzi “attivi” per aggrapparsi – bensì occorre parlare di rose sarmentose, visto che possono solo “appoggiarsi” ai sostegni, a cui poi si assicurano per mezzo delle spine, spesso uncinate e rivolte verso il basso, come è il caso, ad esempio, della bougainvillea oppure dei rovi. Visto che si tratta di un mondo sconfinato, posso solo permettermi di consigliarvene una: la Rosa banksiae. Grande, per non dire immensa, spesso sempreverde, o quasi, dai fusti che si sfogliano a maturità. Con l’unico difetto, perdonabilissimo, tra l’altro, di un’unica, ma spettacolare, fioritura. E un insolito profumo di violetta…

Così, se siete amanti dell’”Old English Style”, niente di meglio delle clematidi. Anche qui l’imbarazzo della scelta: spontanee o coltivate, sempreverdi o spoglianti, dal fiore a campanella oppure a piattino, in innumerevoli sfumature di colore, dal bianco al giallo, al rosa al rosso, al viola. Anche qui, se posso fare solo un nome, ma semplicemente perché ho un debole per le piante profumate: Clematis armandii.

Se invece siete amanti del Tropical look, vi consiglio di andare a visitare il sito di Maurizio Vecchia, grande appassionato e conoscitore di passiflore (www.passiflora.it). Qui, più che di un mondo, si tratta di un vero e proprio universo dove, fra centinaia di specie e migliaia di ibridi creati dall’uomo, troverete sicuramente quella che fa al caso vostro. Il difficile poi è, semmai, come al solito, trovarle dal vostro fornitore di fiducia.

Sempre per gli amanti dell’esotico, vi consiglio di provare Hoya carnosa, conosciuta anche come fiore di cera, che, benché normalmente sia considerata una pianta da serra fredda, da me riesce a svernare da anni sul balcone di casa, con una/due ore di sole al giorno, dove ha resistito, asciutta e al riparo dalla pioggia a -3°C. E’ anche vero che la pianta madre cresceva a Berlino, dove passava l’inverno protetta da semplice cellophane con le bolle. E’ proprio vero che con le piante finché non si prova di persona…

Se invece siete appassionati del genere “Mission impossibile”, il paese che ci riserva il maggior numero di sfide da questo punto di vista è sicuramente il Cile: là, nelle foreste di Valdivia, fresche e nebbiose, si cela un tale numero di rampicanti – difficili sia da trovare che da coltivare – da far girare la testa a qualunque appassionato. Dal mitico copihue (Lapageria rosea), bello ed impossibile, il cui nome vuole ricordare la prima moglie di Napoleone, ai tanti tropeoli tuberosi (Tropaeolum azureum, T. tricolorum e tanti altri, pressoché sconosciuti), ad Asteranthera ovata, Berberidopsis corallina, Mitraria coccinea, Sarmienta repens, etc. Se siete alle prime armi e volete allenare il vostro pollice verde con qualcosa di più facile, potete cominciare con Cissus striata, piccolo rampicante sempreverde della famiglia della vite. Non fiorisce (o quasi), ma le sue graziose foglie verdi possono rivestire un muretto al posto di una delle innumerevoli varietà di edera. Se invece preferite i fiori, ecco Eccremocarpus scaber, che si ottiene da seme e nasce e fiorisce con una certa facilità.

Se poi riuscite a coltivare con successo una di queste piante “impossibili”, fatecelo sapere: saremo ben lieti di condividere con voi il vostro trionfo personale.

I compiti per casa:

G. Betto “Le piante rampicanti”, L’ornitorinco, Rizzoli, Milano, 1986

F. Consolino, E. Banfi “Piante rampicanti”, A. Mondadori Editore, Milano, 1993

The unwatered garden: il giardino da non innaffiare

O, meglio, il giardino non irrigato. E, vi assicuro, la differenza non è poi tanto sottile come potrebbe sembrare.

In questo modo Derek Jarman aveva chiamato il suo, sulla costa inglese del Kent, popolato da papaveri della California (Eschscholtzia californica) e cavoli marini (Crambe maritima), oltre che da resti di relitti (o rifiuti, se preferite) portati a riva dalla risacca. Certo, nessuno di noi si sognerebbe mai, o quasi, di fare un giardino di sole “erbacce”. Ma Jarman era un Artista, con la A maiuscola. Eppure…

Eppure ci sono tante piante che erbacce non sono – oppure, come sempre capita, lo sono a casa loro, ma, si sa, nessuno è profeta in patria – e che non sfigurerebbero affatto in un giardino con un’aria, diciamo così, un po’ “country”.

Ma, un po’ per amor di novità – che spesso novità non sono – oppure per quel senso di coscienza ambientalista che, dapprima serpeggiando lentamente, si è poi saldamente insinuato negli animi dei giardinieri free-lance (o fai-da-te, se preferite). Quelli che hanno capito che il prato all’inglese sta bene solo in Inghilterra e, forse, ormai neppure là….

[Questa frase non ha assolutamente senso, ma ci ho messo sette anni per accorgermene, per la serie: meglio tardi che mai ahahaha]

Tutto è cominciato nella torrida estate del 2003. Quando, qui nella fertile e, teoricamente, ricca di acqua, Pianura padana, a causa di un calamitoso susseguirsi di eventi meteoclimatici, ad un inverno decisamente asciutto, seguirono una primavera altrettanto asciutta e poi, a partire da maggio, il solleone prese a picchiare: settimane e settimane di cielo terso, senza una goccia d’acqua.

Era come se, insieme alla cappa di calura opprimente, si percepisse, ugualmente opprimente, il gravare di un senso di desolazione cosmica, in cui il muto lamento di tigli e betulle, querce ed ippocastani, che morivano a migliaia, si unisse all’attonito stupore di noi animi sensibili, che in silenzio stavamo a guardare, in attesa che il Sole, nuovamente guidato da un auriga impazzito, riprendesse il suo corso regolare, e che la canicola potesse finalmente avere fine. Il che puntualmente avvenne, ma solo alla fine di ottobre, con l’arrivo delle piogge ristoratrici.

E’ stato così che ho cominciato a studiare, con interesse e dedizione sempre crescente, e poi a sperimentare, alcune piante che potessero avere migliori probabilità di adattarsi all’ecosistema urbano, uno dei peggiori possibili.

Innanzitutto, come riconoscerle? Le piante per climi asciutti, che non deve necessariamente significare anche caldi, hanno sviluppato una serie di adattamenti che permette loro di sopravvivere a periodi più o meno prolungati di siccità. Hanno, ad esempio, foglie grigie, spesso tomentose, meglio adatte a difenderle dalla disidratazione. E’ il caso di numerosissime piante aromatiche, dalla salvia alle lavande, dall’elicriso alla santolina.

Oppure, se si ostinano a possedere foglie verdi, le hanno coriacee e lucide per la presenza di sostanze simili a cera, come è il caso ad esempio dell’alloro e del corbezzolo.

Oppure ancora, hanno cercato di ridurre la superficie traspirante, rendendole simili ad aghi, come il rosmarino. Senza arrivare agli eccessi della gran parte dei cactus, i quali però, evidentemente, vivono in ambienti decisamente più ostili.

Da dove vengono? Anche qui non c’è che l’imbarazzo della scelta: luogo d’elezione di queste piante sono le cinque zone della Terra a clima mediterraneo, caratterizzato da inverni miti e discretamente umidi, seguiti da estati torride ed asciutte. Oltre al bacino del Mediterraneo, climi di questo tipo si trovano in una parte del Sudafrica, della California, della California e del Cile, le cui flore possiamo saccheggiare a piene mani (sempre però passando dai vivai) se vogliamo provare a coltivare qualcosa di nuovo.

La scelta è, quindi, davvero ampia, fra piante indigene ed esotiche novità, così com’è ampia la scelta fra erbacee ed arbusti, bulbose (a migliaia) ed alberi.

Vorrei iniziare questa rapida – e necessariamente parziale – carrellata, con alcune piante di casa nostra, magari aromatiche, che nelle calde giornate (oppure serate) estive fanno sentire prepotentemente la loro presenza, resa più gagliarda dalla rottura delle vescicole contenenti gli oli essenziali.

Perché però, visto e considerato che in giardino, come in cucina, oggidì va di moda la “fusion”, non cominciare col metterci un bel cardo? Grigio, imponente, sofisticato nella sua aria “di campagna”, che nulla ha da invidiare alle più apprezzate erbacee a foglia grigia. Oppure la ruta, nella sua varietà “Jackman’s blue”, più glauca che grigia, il cui profumo possiede un vago sentore di noce di cocco. Non garantisco però a proposito di eventuali grappe…

Oppure un bell’assenzio, magari nella varietà “Lambrook silver”, per chi vuole ostentare atteggiamenti da maudit. Per le signore non so, magari potrebbe bastare un anicino… che nel nostro caso equivale a piantarsi in giardino, oppure sul terrazzo – quasi tutte le aromatiche sono piante rustiche ed adattabili – il finocchietto selvatico, magari nella sua varietà “Bronze”, a cui essere grati per il profumo dei frutti e delle splendide foglie simili a piume, e, se siete abbastanza fortunati, per il raro piacere di poter osservare da vicino i variopinti bruchi del macaone.

Se invece, fra le piante esotiche, potessi sceglierne solo una, dopo lunghe riflessioni, credo proprio che la scelta ricadrebbe su LEI: Romneya coulteri. Bella, bellissima, capricciosa come solo le dive sanno essere ma, quando avrete trovato il modo di addomesticarla, saprà ricompensarvi con i suoi splendidi fiori, bianchi con il centro giallo, simili ad immensi papaveri, dai petali fatti di carta velina.

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Se l’argomento è di vostro interesse, vi consiglio un paio di letture per l’estate (inverno?!?): “The dry garden” e “The gravel garden” di Beth Chatto e “Pour un Jardin sans Arrosage” di Olivier Filippi. Buona lettura!

PS Forse vi domanderete: ma per l’ombra asciutta non ha pensato niente? Non vi preoccupate: to be continued…

IN SINTESI:

Cosa potete fare per aiutare le nostre piante a difendersi da prolungati periodi di siccità:

  • scegliete le piante adatte. Esistono piante per ogni luogo, anche quelli peggiori. Ricordate che anche la pianta più bella nel posto sbagliato può diventare orribile

  • pacciamate con qualunque materiale abbiate a disposizione, dalla corteccia ai gusci di nocciole, dagli sfalci del prato (attenti alla fermentazione!) al letame ben maturo, dalle foglie secche alla ghiaia

  • annaffiate abbondantemente (se non esistono restrizioni in merito all’uso dell’acqua potabile per usi irrigui), ma prolungando gli intervalli fra un’irrigazione e l’altra: favorisce lo sviluppo di radici profonde, meno sensibili agli sbalzi di temperatura ed umidità negli strati superficiali del terreno

  • utilizzate le micorrize (miscele di funghi simbionti) all’impianto. Aiutano la pianta a superare gli stress, soprattutto quelli idrici

  • riducete le concimazioni, soprattutto azotate, e aumentate quelle a base di potassio

La Regina della Notte – Der Nachtkonigin

Prologo. E’ il crepuscolo: cala la sera e con essa la temperatura. Aumenta l’umidità dell’aria; il sistema sensoriale delle piante percepisce il cambiamento e dà inizio allo spettacolo: si passa dalla scienza alla poesia. Fiori meravigliosi schiudono le corolle, candide e profumatissime, per attirare farfalle crepuscolari e falene notturne, ma talora anche i pipistrelli, fino a che non arriva la luce del sole a spezzare l’incanto, in attesa di una nuova notte.

Se quindi qualcuno di voi avesse pensato per un attimo di trovarsi di fronte ad una nuova rubrica dedicata alla musica lirica, spiacenti di averlo deluso: stiamo parlando anche questa volta, tanto per cambiare, di piante. Non di una sola pianta si tratta, infatti, quando si parla di “Regina della notte”, bensì di una manciata di specie, suddivise fra cinque o sei generi, di Cactacee – tutte, evidentemente, a fioritura notturna. Ci sono però altre caratteristiche che queste piante, dai fiori sensuali ed eterei al tempo stesso, condividono: provengono da zone con clima subtropicale umido; si comportano per la maggior parte come epifite (crescono cioè sugli alberi) oppure litofite (si lasciano penzolare giù dalle rocce); hanno fusti a sezione approssimativamente circolare, oppure appiattiti, simili a foglie, dai quali spuntano le radici aeree, oppure ancora triamgolare; i fiori, che possono essere anche molto grandi, hanno i segmenti del perianzio (gli elementi del fiore) lanceolati ed appuntiti, di colore variabile (rossi o gialli o verdini quelli esterni, bianco più o meno puro quelli interni), di dimensioni progressivamente decrescenti dall’esterno verso l’interno; il profumo è quello che viene comunemente definito “dolce” oppure “di muffa” (a volte è meglio non indagare ulteriormente…), perfetto per attirare le falene il primo e il secondo i pipistrelli; la fioritura è crepuscolare oppure tardo serale e i fiori appassiscono il mattino successivo, ma possono durare un pochino di più se il cielo è coperto.

Se le Cactacee a fioritura notturna sono già di per sé abbastanza numerose (Cryptocereus anthonyanus, le specie del genere Discocactus, Echinopsis eyriesii, Monvillea spegazzinii, i Pygmaeocereus, Setiechinopsis mirabilis), il titolo di “Regina della Notte” è conteso fra vari Cereus, fra cui C. aethiops, C. jamacaru e C. peruvianus, Epiphyllum oxypetalum, gli Hylocereus, fra cui H. undatus, Marniera chrysocardium, i Selenicereus con 25 specie e vari Trichocereus, fra cui T. candicans e T. spachianus

Ma il più famoso di tutti, quello a cui abbiamo deciso di dedicare la copertina, è sicuramente il Selenicereus pteranthus, che già nel nome, di origine greca, ricorda Selene, uno dei nomi della Dea Luna.

Nome scientifico: Selenicereus pteranthus

Famiglia: Cactaceae

Origine: Centroamerica

Aspetto: pianta strisciante o rampicante, con fusti di 3-4 cm di diametro, con 4-5 costolature grossolane e spine sottili, dai quali spuntano le radici aeree, che hanno la duplice funzione di sostenere la pianta e di assorbire umidità dall’aria.

Fiori: di colore rosso-verdastro all’esterno e bianco nella parte centrale, possono arrivare a 20-30 centimetri di lunghezza e più di venti di diametro che si aprono in tarda serata e appassiscono il mattino successivo e a cui fanno seguito bacche ovoidali commestibili, che maturano in autunno

Fioritura: concentrata all’inizio dell’estate, prosegue poi sporadicamente finché le temperature lo consentono

Coltivazione: esposizione a mezzo sole nelle zone più calde; terriccio ricco e sciolto, addizionato di sabbia e torba; abbastanza rustico – ma è meglio non rischiare – tenetelo al riparo dal gelo. Ridurre drasticamente le innaffiature durante i mesi invernali. Può essere coltivato anche in vaso, che deve essere di buone dimensioni. Una curiosità: si può tenere anche in idrocoltura, a condizione di essere adeguatamente concimato.

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Il Giardino del Merlo a Dongo (CO): una meraviglia dimenticata dagli uomini, ma non da Dio – part 2.4

LE CAVE DI MARMO

Dal racconto di un ex lavoratore alla cava di marmo, Artimedio Salice:

Ho lavorato alla cava di marmo dal 1940 al 1949. Ho ripreso il lavoro in cava, alle dipendenze della ditta Luigi Scalini, dal marzo 1952 sino al 1960.

Nel 1952 lo stipendio base ammontava a 40,80 lire all’ora. All’epoca in cui fui assunto, lavoravano circa cinquanta operai nella cava e altrettanti nello stabilimento a lago. Io lavoravo nel settore manutenzione e mi occupavo di riparazioni in muratura, inoltre sostituivo gli operai addetti ad altre mansioni. La mia occupazione principale in cava consisteva nel ricavare blocchi di marmo che servivano per monumenti, statue e grandi manufatti. I detriti venivano macinati in seguito, nello stabilimento a lago per ottenere graniglia, polvere e calce. Il lavoro era suddiviso in squadre: il filista tagliava i blocchi grossi utilizzando acqua e sabbia per non rovinarli, in modo da ottenere un taglio liscio; il minatore faceva brillare le mine, dove la roccia era più difficile da tagliare; l’operaio servendosi di un carrello trasportava le scaglie di marmo alla teleferica, dove, con slitte e corde, venivano calate fino allo stabilimento in basso.

[Nello stabilimento a lago trovavano occupazione gli scalpellini che realizzavano sculture, i fresatori che tagliavano i blocchi in lastre, e, nel reparto mulino, gli operai che macinavano gli scarti per ricavarne graniglia, polvere e cipria.]

Io lavoravo dieci ore al giorno, con una pausa di circa un’ora e mezza, a volte anche meno. Non ho mai usufruito di giorni di ferie perché venivano già considerati festivi quei giorni in cui non si poteva lavorare a causa delle avverse condizioni meteorologiche. L’unico giorno in cui pretendevo di essere libero dagli impegni lavorativi era il 16 agosto, per devozione a S. Rocco. Il mio turno di lavoro cominciava alle cinque del mattino. La prima mansione consisteva nella movimentazione dei sassi pericolosi affinché non cadessero a valle. Dopo le sette del mattino cominciavamo a spostare i massi che, a seconda della loro grandezza, venivano legati con tre o quattro corde, dette sciguette, per poi essere collocati su una specie di slitta: la lizza.

Per fissare le funi si praticavano dei fori a mano nei quali si inserivano dei chiodi in legno – i piroo – e a questo punto si lasciava scivolare lentamente il masso. La cava in alto era quella dei grossi blocchi, quella di mezzo, all’altezza di Sant’Eufemia, forniva per lo più graniglie, mentre nella cava piccola, all’altezza del Giardino del Merlo, aperta negli anni 1954-55, si tagliavano i blocchi col filo. Per velocizzare il lavoro, i responsabili della cava ordinarono di far brillare le baramìne, grosse mine che contenevano circa 30 quintali di polvere nera ciascuna.

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Il susseguirsi di queste esplosioni ha distrutto l’intero Giardino del Merlo, unitamente al Castello di Musso. Non c’è più nulla, è rimasta una scaletta, attualmente impraticabile. Prima delle esplosioni erano ancora visibili le cantine del Castello, in una delle quali sgorgava l’acqua. Il pavimento del Castello presentava un disegno raffigurante note musicali (SIC!).”