Ed ora…. myrrha (part 1) per #natalealverde

Piangono, i tronchi dell’incenso e della mirra, quando vengono incisi per ricavarne i preziosi grani…
Piangono lacrime di resina, i tronchi dell’incenso e della mirra, quando vengono incisi per ricavarne gli inutili doni… 
Sgorgano a fiotti, quando la corteccia viene incisa, con tagli profondi, nel senso della lunghezza, con i coltelli rituali.
Un alone di mistero e di leggenda ha sempre circondato queste piante e precisi riti dovevano essere celebrati, per poterne preservare la purezza, e la sacralità.
Ciò non toglie che quelle che sgorgano dalle cortecce di queste piante, quando vengono incise con lunghi tagli profondi, per mezzo dei coltelli rituali, siano lacrime. Lacrime vegetali, ma pur sempre lacrime. E per giunta amare, come è nell’etimologia della parola “mirra”, dall’arabo “mur”…. “amaro” (probabilmente)
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“Incensum dictum quia igne consumitur, dum offertur” (Isidoro da Siviglia, Etimologie e Origini, IV, 12, 3), mi ha scritto Luca (Fadini, n.d.A.) che ringrazio: “viene detto “incenso” perchè PRIMA viene consumato dal fuoco, e POI offerto.” Già, ma a chi?
Sono storie di dolore e di sofferenza, quelle degli alberi resiniferi, ammantate poi di mito e di leggende per tenere lontani gli stolti, e i malintenzionati. Perchè questa è – o, meglio, era la realtà dei fatti: erano piante sacre, e in quanto tali preziosissime. Già, ma perchè?
Il resto alla prossima puntata, if any… :-/

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Oro, incenso & mirra per #natalealverde

Secondo un’antica profezia caldea – la Caldea era una delle regioni della Persia, corrispondente alla parte meridionale dell’odierno Iraq – un giorno, nel cielo, sarebbe apparsa una stella cometa. I Magi – i sommi sacerdoti del locale culto del Fuoco – l’avrebbero dovuta seguire nel suo corso verso occidente. Lì, dove la stella si fosse fermata, avrebbero trovato un bambino neonato, un bambino che minacciava di diventare straordinario, che i Magi avrebbero dovuto mettere alla prova, offrendogli dei doni: per la precisione dell’oro, dell’incenso, e della mirra.

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Se il bambino avesse preso l’oro, da grande sarebbe diventato un re; se avesse preso l’incenso, sarebbe diventato un dio; se avesse preso la mirra, sarebbe diventato un sapiente. Il bimbo li prese tutti e tre.

Ecco, ogni volta che la rileggo, o che la racconto, mi viene la pelle d’oca…

Ci è stata trasmessa – o, almeno, a ME, è stata trasmessa – un’immagine da cartolina della Natività di Nostro Signore: la stalla, la mangiatoia, il bue e l’asinello, le pecorelle, i pastori che cantavano “Adeste fideles” (che fra l’altro mi è sempre piaciuta, vi consiglio la versione di Giuni Russo), “La Notte Santa” di Guido Gozzano… Dio che lagna lui e il suo campanile che mi faceva venire l’ansia, a scuola :-/

Be’, per “The little drummer boy”, sono disposto a chiudere un occhio. Solo per alcune versioni, ovviamente, ma quella è un’altra storia… 😉

Ma noi, che abbiamo più del sapiente o del dio, piuttosto che del re, lasceremo per un attimo da parte l’oro, per occuparci invece dell’incenso e della mirra.

Entrambe resine, essiccate al sole e all’aria, che colano dalle ferite provocate da profonde incisioni, praticate con appositi coltelli rituali, nella corteccia di due diverse piante, o addirittura più di due – le fonti antiche sono controverse al riguardo e la botanica moderna ancora di più – comunque appartenenti alla famiglia delle Burseracee e comunque originarie delle regioni a cavallo del Mar Rosso, siano esse l’Eritrea e la Somalia, oppure lo Yemen e l’Arabia Saudita, la mitica “Arabia felix” dei Romani, il favoloso “paese di Punt”, patria della Regina di Saba di biblica memoria, patria della mitologica araba fenice, della quale, come della fede delle femmine, si dice che “dove sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa” (cit.)… ^_^

Su queste piante “favolose” di cui poco o nulla si sapeva in Occidente e su cui di conseguenza fiorivano miti e leggende, si raccontavano le storie più disparate.

Dell’incenso narra ad esempio Erodoto, nelle sue “Storie”, che gli Arabi facevano bruciare lo storace – altra spezia resinosa, importata in Grecia dai Fenici – per allontanare i numerosi serpenti alati che si radunavano intorno all’albero per proteggerlo. Solamente il profumo dello storace avrebbe avuto il potere di scacciare questi serpenti alati, che sarebbero poi volati fino all’Egitto, il primo e più grande consumatore di incenso del mondo antico.

Plinio raccontava invece, nella sua “Storia naturale”, che la mitica araba fenice, magnifico uccello sacro al Sole, dal dorso color porpora, le lucenti piume dorate attorno al collo, la lunghissima coda azzurra e la cresta sgargiante “quando è vecchia costruisce un nido di rami d’incenso, lo inonda di profumi e vi si adagia in mezzo per morire”. Da lì sarebbe poi rinata a nuova vita, risorta dalle proprie ceneri, come si dice. E questo alla veneranda età di ben 500 anni!

Della mirra parlerò la prossima settimana: oggi sono particolarmente stanco…. :-/

Liberamente tratto da “Viaggio nel mondo delle essenze. Aromi e rimedi di ieri e di oggi” di Marina Ferrara Pignatelli, collana “Il corvo e la colomba”, diretta da Ippolito Pizzetti, Franco Muzzio Editore, Padova, 1991

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Racconto di Natale per #natalealverde

Laggiù, al paese – avete presente “L’albero degli zoccoli?” ecco – la famiglia era così povera che, per le feste, le arance – aranse, con una “s” mooooolto sonora, quasi una zeta – si dividevano fra i vari componenti della famiglia. Si dividevano non nel senso che ogni membro della famiglia ne ricevesse più d’una, ma proprio nel senso che una sola arancia, divisa a metà, veniva passata di mano in mano, e strofinata su una fetta di polenta, calda o fredda che fosse, in modo che il profumo, e il succo, ne impregnassero la superficie. Era una grande attesa, per i bambini, aspettare che arrivasse il Natale, e con esso le aranse, con una “s” mooooolto sonora, quasi una zeta.

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Qui, in città, i bambini erano decisamente più fortunati: le arance – arans, con una “s” decisamente meno sonora – venivano portate in dono dai parenti più ricchi, per chi ne aveva, e finivano immancabilmente a decorare, insieme a qualche mandarino, l’albero di Natale, ed era una grande attesa, la notte di Natale, poter staccare dall’albero quei frutti giallo-dorati, un po’ schiacciati ai poli, oppure quelle meravigliose sfere avvolte nelle carte colorate che, scartate, mostravano i meravigliosi soli aranciati. Le arans, appunto, ma con una “s” decisamente meno sonora.

Quand’ero piccolo – credo – sotto le feste si trovavano i primi mandarini cinesi, insieme ad altri frutti che non conoscevo: “primizie” le chiamava mia madre. Non mi sono mai piaciuti, i mandarini cinesi, con quel sapore così aspro e con quel colorito giallognolo, al limite dell’itterico. Solo molto tempo dopo ho scoperto che il loro nome cinese, traslitterato, suona kum-quat. Ma continuano a non piacermi, con quel sapore così aspro e con quel colorito giallognolo, al limite dell’itterico.

I ma-po, poi, erano ancora di là dal venire, con quel loro colore sempre indeciso fra il verde e il giallo, e il sapore asperrimo. O asprissimo?!? Mah! Ai posteri l’ardua sentenza. Eppure non mi dispiacevano, con quel loro colore sempre indeciso fra il verde e il giallo, e il sapore asperrimo. Finchè qs anno, per la prima volta, non li ho visti finalmente maturare, e virare al giallo-arancioncino (cioè arancio pallido), che continua ben oltre la buccia, fin dentro la polpa. Ed è stata decisamente un’epifania, una rivelazione: dopotutto sono figli di un mandarino e di un pompelmo, e dal primo hanno ereditato il colore. E il profumo. Indescrivibile e divino. E il sapore, dolcissimo ma non stucchevole, benchè annacquato dalle eccessive piogge di qs estate. Non so se mi piaceranno ancora, i ma-po del supermercato, con quel loro colore sempre indeciso fra il verde e il giallo, e il sapore asperrimo. Devo assolutamente convincermi che sono due cose diverse: i ma-pi del supermercato e i ma-po maturati in pianta, benquantunque maturati in serra sotto il sole di Cologno Monzese, come ebbe a dirmi qualche settimana fa un “amico” di FB, in tono di scherno.

Poi hanno cominciato ad arrivare i primi pommeli, dapprima nei negozi di “cineserie” e di cibi etnici, nella China-town milanese, ma allora mi guardavo bene dal comprarli, guardandoli anzi con una certa aria di diffidenza. Mi ispiravano poca fiducia, enormi di dimensioni e con la “buccia” spessa, mooolto spessa, troppo spessa, io che avevo già il mio bel daffare a sbucciare tonnellate di “bucce” di pompelmi, per farci ettolitri di spremute, abbondantemente zuccherate, perchè, si sa, il succo di pompelmo ERA tanto amaro, ma faceva tanto bene alla salute. Già, ERA: dove son finiti i bei pompelmi amari di una volta, rigorosamente gialli o, a volte, più timidamente rosa. Col passare degli anni si è ridotta sempre più la buccia, sono diventati sempre più rosa e sempre meno amari, perchè la gente li vuole così: rosa e scipiti. Ma faranno altrettanto bene, ORA, le spremute di pompelmo rosa e scipito? Sarà…. ma io ho i miei forti dubbi…

Così come ho i miei forti dubbi sui mandarini apireni, senza semi cioè, ma anche inodori, incolori e insapori, perchè così vuole il mercato. E i deliziosi sorbetti al mandarino, delizia per il palato e gioia per il mio olfatto sopraffino, ce li scordiamo, così come un sacco di altre cose: l’uva che sappia di uva, le ciliegie di cilliegie, le angurie di anguria, eccetera eccetera. Già, bieca retorica, direte voi, mais où sont les neiges d’antan, e le arance colorate nelle loro carte da scartare, gioia per grandi e piccini, in quanto rare e preziose, proprio come il Natale?

Anzi, sapete che vi dico? Se oggi come oggi, preso da improvviso raptus di follia natalizia decidessi mai di fare un albero, credo che sopra ci metterei dei bergamotti, incolori e insapori, sì, ma dallo stupefacente profumo di Acqua di Colonia, oppure dei mandarini satsuma, recente, recentissima scoperta. Non quelli del supermercato però, perchè non sanno di niente. Oppure se proprio proprio decidessi di strafare, lo decorerei con i frutti della Fortunella crassifolia, scoperta dello scorso anno: l’agrume migliore che mi sia capitato di assaggiare finora. Peccato che maturi nel pieno dell’estate, ma lì c’è il mio compleanno, e quella è un’altra storia ahahahahah 🙂

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