Gli agrumi: colori e profumi d’Oriente

Ex Oriente lux”: la luce viene da Oriente, e così gli agrumi, seguendo la storia della Civiltà e le rotte dei traffici commerciali.

Conosci tu la terra dove fioriscono i limoni?/ Dove fra le scure foglie splende l’arancia d’oro e un dolce vento/ spira già dal cielo azzurro e il mirto/ silenzioso con l’alloro sta?/ Dimmi, tu la conosci?/ Laggiù, laggiù/ voglio con te fuggire, o dolce amato.” (J. W. Goethe)

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Oggi, nell’era dei viaggi intercontinentali e del turismo di massa, altri nomi hanno sostituito gli agrumi nell’immaginario collettivo: la plumeria, la tiarè, la jacaranda, ma, quando viaggiare era un lusso per pochi ed erano solo intellettuali e giovani di buona famiglia a potersi permettere il Grand Tour, “agrumi” faceva rima con Mediterraneo, con Roma e con la Grecia, culle della civiltà classica.

E per i Tedeschi, che allora come oggi, scendevano nel Bel Paese attraversando il Passo del Brennero, il “warm welcome” (il caldo benvenuto) arrivava in prossimità del Lago di Garda, dove già si cominciava a respirare area di Mediterraneo e dove, guarda caso, esiste una località dall’evocativo nome di Limone del Garda, la località europea più settentrionale in cui gli agrumi erano coltivati in piena terra a scopo produttivo e non solo esclusivamente ornamentale.

Comparsi sulla faccia della Terra – con forme simili a quelle che vediamo oggi – all’incirca trentacinque milioni d’anni fa, gli agrumi sono originari di un’ampia fascia del Sud-Est asiatico, caratterizzata da un clima di tipo monsonico, che va dall’India al Giappone, passando dalla penisola indocinese, dalla Cina meridionale e dalle Filippine, a quote che vanno dal livello del mare fino alle medie altitudini. Queste aree hanno comunque tutte in comune la presenza di estati calde ed inverni miti, con minime raramente al di sotto degli zero gradi centigradi, seppure con qualche eccezione.

Essi hanno poi accompagnato l’Uomo nei suoi spostamenti almeno a partire dal III millennio avanti Cristo. Al XXIII sec. a.C., ai tempi dell’imperatore Ta Yu (intorno al 2205-2197 a.C.), risale infatti il primo riferimento storico ad un agrume, il “Chu”, quasi certamente un tipo di mandarino a frutto piccolo.

In Occidente il primo agrume ad essere conosciuto fu il cedro, arrivato presso i Greci grazie alla spedizione in India di Alessandro Magno, che però lo trovò coltivato nei giardini persiani. Questo frutto fu poi adottato dal popolo ebraico per la cosiddetta Festa delle Capanne, o dei Tabernacoli. Presso i Romani esso invece era detto “citrus” – il nome del genere a cui nella botanica moderna appartengono tutti gli agrumi più noti – oppure “malum medicum”, perché lo si riteneva originario della Media, una regione del Medio Oriente. Ne parlano nelle proprie opere sia Virgilio che Dioscoride, mentre Plinio il Vecchio nella sua “Storia naturale” ci racconta che veniva utilizzato dai nobili per profumare l’alito o come repellente per insetti, poiché era ritenuto immangiabile.

Notizie del limone si ebbero invece a Roma intorno al primo secolo d.C., perché è a questo periodo che risale un affresco rinvenuto a Pompei raffigurante una pianta con ventuno frutti.

L’arancio amaro, o melangolo, giunse in Europa insieme ai Crociati di ritorno dalla Palestina, oppure venne introdotto in Sicilia dagli Arabi intorno al X-XI secolo d.C.

L’arancio dolce venne invece portato in Europa nel Cinquecento dai Portoghesi, che lo conobbero nelle loro navigazioni intorno al mondo.

La “citromania”, nata nella Firenze dei Medici, impazzò poi nelle corti europee per tutto il Sei e il Settecento. Nobili e case regnanti facevano a gara nell’accaparrarsi le varietà più strane – un po’ come succedeva per i tulipani, e come succederà, nell’Ottocento, con le orchidee – e nella costruzione delle più imponenti strutture dove ricoverare le piante durante i mesi invernali che, a seconda del luogo e del momento, presero via via il nome di conserve, limonaie, orangeries, etc. E’ ovvio che la magnificenza delle collezioni e delle limonaie procedeva di pari passo con la grandeur e la disponibilità economica dei committenti. Si racconta, ad esempio, che Luigi XIV (il magnifico Re Sole) possedesse più di mille vasi di agrumi – i famosi cassoni di Versailles – di cui un centinaio d’argento, così come d’argento erano i cache-pot che ospitavano le piante di limone fiorite all’interno della celebre Galleria degli Specchi, ma anche quelle d’arancio, le preferite del Re, in quanto emblema solare. Per la cronaca l’orangerie di Versailles è la più grande del mondo, seguita da quella di Schonbrunn.

Per quanto riguarda la selezione di nuove varietà, all’inizio il merito andava tutto alla presenza e alla disponibilità di insetti pronubi compiacenti, i quali svolazzavano incuranti da un cedro ad un limone, da un pommelo ad un arancio amaro, prima in natura e poi nelle collezioni, dando via via origine a nuove entità, come è il caso, ad esempio, dei limoni cedrati, delle lumìe e, pare, del bergamotto.

L’individuazione e la riproduzione degli “sport” (mutazioni gemmarie spontanee) costituiva un altro modo per ampliare il numero di varietà in coltivazione, da cui ebbe origine una forsennata caccia alle novità, che rappresentavano dei veri e propri status-symbol.

Il maggiore documento iconografico di questo boom collezionistico è rappresentato da quattro tele dipinte intorno al 1715 da Bartolomeo Bimbi, pittore di corte del sesto granduca di Toscana, Cosimo III de’ Medici, in cui sono raffigurati 114 soggetti, molti dei quali purtroppo andati persi nel corso dei secoli, mentre una buona parte si è conservata nelle collezioni del Giardino di Boboli e della Villa Medicea di Castello.

Negli ultimi decenni, invece, nuove varietà sono nate da incroci mirati allo scopo di sviluppare migliori caratteristiche dei frutti, ad esempio la mancanza di semi, oppure, ancora più di recente, mediante le più innovative tecniche di selezione agronomica.

E’ così che sono nate, ad esempio, piante i cui frutti sono ormai facilmente reperibili sul mercato, come il mapo (incrocio tra mandarino e pompelmo), oppure altre destinate alla coltivazione a scopo ornamentale. E’ il caso del lipo (incrocio tra limone e pompelmo), del ku-cle (incrocio tra il kumquat, meglio noto come mandarino cinese, e il clementino, meglio noto come mandarancio) o del lime-quat (incrocio tra lime e kumquat), che produce frutti che pendono dai rami come deliziose piccole uova gialle.

 

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2 risposte a “Gli agrumi: colori e profumi d’Oriente

  1. bellissimo…offre spunti interessanti anche per il turismo.

  2. Rita! Organizziamo! Io sono sempre disponibile quando si tratta di offrire spunti per il turismo. Soprattutto se c’è da mangiare ahahahah. Finora sono stato alla ricerca del favoloso “Madernino” sul Lago di Garda, del misterioso “Cannarone” sul Lago Maggiore, sono in procinto di prendere contatti con il consorzio per la tutela del chinotto di Savona – questo almeno esiste realmente…. ;-). Tu quale mitologico agrume mi proponi di venire a cercare? E, soprattutto, cosa si mangia dalle tue parti?!? Ahahahah ^_^

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