Con quella faccia un po’ così…

quell’espressione un po’ così, che abbiamo noi che siamo nate… ai tropici. Il che, poi, non è sempre vero. E vedremo il perché.

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I climatologi non sanno più che pesci pigliare e noi neppure. I laocoonti del giardinaggio hanno, per tutta la primavera, cavalcato l’onda dei cambiamenti climatici, buttandosi a capofitto su quelle che vengono definite “waterwise plants”, le piante che risparmiano – e fanno risparmiare a noi – acqua. E così non c’è stata rivista, dalle teste di serie fino ai bollettini parrocchiali, o mostra più o meno blasonata, da Masino giù giù fino al tacco d’Italia, che non si sia occupata di questo argomento così scottante e così irresistibilmente “d’attualità”. Tranne che all’Orticola, dove si è continuato ad esporre, e a proporre, piante come se nulla fosse, a riprova del fatto che – forse – a Milano l’acqua del sindaco non si paga ancora abbastanza oppure – molto più probabilmente – che non esiste terrazzo di città, per quanto accuratamente progettato e amorevolmente accudito, capace di resistere senz’acqua per più di qualche manciata di giorni.

E poi, in barba ad ogni previsione, quella passata è risultata essere la primavera più piovosa degli ultimi quarant’anni, almeno qui al Nord. Colpa della Nina, dicono. A ennesima dimostrazione del fatto, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che l’uomo propone e Dio dispone. Ma, purtroppo, una rondine non fa primavera e solo il tempo ci dirà a cosa stiamo andando incontro. Tutti i modelli sono però concordi nel prevedere una progressiva diminuzione della quantità complessiva delle precipitazioni, con una lenta ma costante “aridificazione” del nostro clima. Quasi tutti i modelli sono anche concordi nell’affermare che i fenomeni meteorologici diventeranno sempre più improvvisi, brevi ed intensi, per via della maggiore quantità di energia presente in atmosfera a causa del riscaldamento globale.

Per quanto ci riguarda, si presentano due scenari: il primo prevede, per il nostro Sud, una lenta, ma neanche troppo – trent’anni sono un periodo di tempo abbastanza breve se paragonati all’età della Terra, un po’ meno se confrontati alla vita media di un essere umano – desertificazione, con drastica diminuzione delle precipitazioni e contemporanea salinizzazione dei suoli. Se proprio vogliamo essere ottimisti e cercare il lato buono in ogni cosa, potremmo immaginare, in un futuro non molto lontano, di poter raccogliere i datteri nel giardino di casa, anziché andare a comprarli. Ma non mi sembra un granché, come consolazione.

Per quanto riguarda l’Italia del Nord, invece, i pareri sono discordi: non è possibile prevedere con certezza se le nostre regioni settentrionali verranno “catturate” dall’influenza del bacino mediterraneo, oppure si assoggetteranno al regime climatico del Centro-Europa. In questo caso, pare, dovremmo assistere ad una progressiva continentalizzazione del clima, con estati sempre più lunghe e torride ed inverni sempre più freddi. Oppure, altra ipotesi, avremo due sole stagioni: quella umida e quella asciutta, un po’ come succede nelle regioni dell’Asia orientale sottoposte al regime monsonico, da cui proviene una buona parte delle piante di cui parleremo questo mese.

Cosa, questa, che sembrerebbe confermare quello che si sente ripetere quasi ogni giorno ad ogni fermata del tram: e cioè che non esistono più le mezze stagioni e non si sa mai cosa mettere quando si esce di casa, e che si stava meglio quando si stava peggio, quando le estati erano estati e gli inverni erano inverni e, udite udite, nevicava, persino!

Se queste sembrano essere le tendenze globali, valide su larga scala – e cioè almeno a livello regionale – quello che a noi interessa per la coltivazione delle nostre beniamine sono invece le singole situazioni dove, al verificarsi di particolari condizioni, si creano i cosiddetti “microclimi”, fortuna o dannazione di ogni proprietario di spazi verdi e dove la presenza o meno di un angolo, di una siepe qualche metro più in là o di una costruzione nelle vicinanze può rappresentare la differenza tra la vita e la morte per piante considerate “a rischio”. Si favoleggia, ad esempio, che fino a solo 15-20 anni fa, qui nella fertile e ricca Brianza dove ormai le nebbie sono diventate un miraggio, fosse impossibile coltivare, non dico sughere e fichi d’india, ma persino ulivi, melograni e corbezzoli, che ora invece vanno così di moda, a conferma della progressiva “mediterraneizzazione” del clima delle nostre città. Anche, e soprattutto, a causa della cosiddetta “isola di calore urbano”, che rialza le minime invernali anche di 4 o 5 gradi rispetto alle campagne circostanti. E quella che in estate è sicuramente una maledizione – con la sensazione di calore soffocante e le superfici asfaltate e cementificate che rilasciano il calore accumulato durante il giorno, rendendo ogni notte una nuova, prolungata agonia – d’inverno potrebbe diventare, smog a parte, un vero e proprio toccasana per le nostre piante. E’ quindi ai fortunati possessori di umidi ed ombrosi cortili di città, dove nulla riesce a crescere a causa dell’ombra proiettata dagli edifici (troppo) vicini che mi rivolgo stavolta. Per loro, anche se può sembrare strano, sarà più facile riuscire a creare la propria “giungla privata”.

Ma…!” direte voi… Non c’è “ma” che tenga. Ormai dovremmo averlo capito: le flore del mondo sono così sconfinate e la scelta di piante possibili così vasta che quasi certamente riusciremo a trovare quella che fa al caso nostro. L’importante è, come sempre, andare a “pescare” nei luoghi giusti: in questo caso zone caratterizzate da estati lunghe, calde ed umide, e da inverni freschi, a volte persino freddi, e moderatamente asciutti.

Se, quindi, nel nostro immaginario botanico, lasciamo stare per un attimo Sandokan e i suoi tigrotti della Malesia – alle prese con liane e ficus strangolatori – le prime piante che ci vengono in mente, se pensiamo al concetto di “esotico”, sono palme e banani, seguiti immediatamente dai bambù.

Le prime sembrano sempre così irrimediabilmente fuori posto, se non fosse per quel famoso Trachycarpus fortunei – un tempo conosciuto come Chamaerops excelsa – che, arrivato dalla Cina sul finire del Settecento, ha poi cominciato a diffondersi per tutti i giardini d’Europa in pieno Ottocento, sull’onda di quella “esotomania” che, in quegli anni, a causa dei maggiori scambi commerciali con l’Oriente e dell’impazzare della moda del “giardino all’inglese”, ha diffuso, ovunque il clima lo consentisse, un’immensa quantità di piante provenienti dalla Cina e dal Giappone. Eh già, perché la nostra bella orientale, così a suo agio in ogni giardino affacciato sui laghi del Nord – tanto da essere diventata, in alcuni casi, infestante – è arrivata quatta quatta dalla Cina ormai quasi duecento anni fa. Non che noi qui non si avesse la nostra brava palma, la cosiddetta palma nana o palma di S. Pietro (Chamaerops humilis) – tra l’altro l’unica spontanea in Italia – ma si tratta di una pianta dall’habitat naturale così localizzato da essere appannaggio, inizialmente, solo dei giardini situati in zone dal clima molto simile a quello di origine, e quindi quelli della Riviera, sia nostra che oltreconfine. E’ solo di recente che, grazie appunto, come si diceva, ai cambiamenti climatici e al periodico ricorso delle mode, la troviamo, incurante del vento, felice come non mai di non avere a che fare con la salsedine, a crogiolarsi al sole dei terrazzi “in” delle città del Nord Italia.

Ai nostri giorni, come sempre grazie alla maggiore sensibilità di alcuni vivaisti illuminati, alle sempre più pressanti richieste da parte dei gruppi di appassionati e, soprattutto, al Mare Magnum della Rete, la disponibilità di palme per i climi temperati è in lento ma costante aumento e, fra generi e specie, c’è – quasi – l’imbarazzo della scelta. E, come mi piace ripetere, una pianta per ogni situazione (o quasi).

Dalle Brahea alle Butia, da certe Chamaedorea alle Trithrinax, da Sabal e Serenoa alle Washingtonia: vecchie e nuove, sperimentate o da sperimentare, tutte assieme appassionatamente. Un avviso: le palme danno dipendenza; una volta entrati nel tunnel vi sarà difficile uscirne. Conosco almeno un paio di casi documentati scientificamente.

Anche qui, se mi è consentito un solo nome, la scelta ricade su Trachycarpus princeps: originario della Cina occidentale (Yunnan), dove cresce su ripide pareti rocciose a strapiombo sulle acque del fiume Nu Jang. Bello e impossibile (da trovare), perché la sua scoperta risale solo al 1997. Ma, ve lo assicuro, il sacrificio e l’attesa saranno ampiamente ricompensati dalla magnificenza (e maestà, come dice il suo nome) delle splendide foglie, pruinose e bluastre su entrambe le pagine.

Le palme sono tallonate da presso dai banani, più o meno per lo stesso motivo e a partire dagli stessi anni. L’”untore” è, in questo caso, rappresentato da Musa basjoo, stavolta di origine giapponese: diffusissimo anch’esso nei giardini sui laghi, ma anche nei cortili di città riparati dal vento che – come tutti i banani – soffre terribilmente, esso riesce, negli anni favorevoli – e cioè ultimamente, sempre più spesso – a fiorire e ad abbozzare la formazione del casco.

Non mancano però sfolgoranti novità – se così si possono chiamare – reperibili con sempre maggiore facilità sui mercati appena un po’ specializzati: fra queste spicca, per il colore verde-glauco delle foglie e il portamento da “nanerottola” Musella lasiocarpa, dalla sfolgorante fioritura gialla, in grado di durare, si dice, fino a otto mesi. Come in tutti i banani, dopo la fioritura il fusto principale muore, ma la produzione di polloni basali è così abbondante che il rischio di perdere la pianta è pressoché nullo.

E veniamo ora ai bambù. Dai nani di 15-20 centimetri (Pleioblastus pygmaeus “Distichus”) ai giganti di 15 metri e oltre (Phyllostachys bambusoides, P. vivax), c’è solo l’imbarazzo della scelta. Mentre vi affannate alla ricerca degli introvabili – ed incoltivabili, almeno da noi – “blue bamboo” (Borinda, Hymalayacalamus, etc.), vi consiglio di soffermarvi sui bambù dai culmi gialli (Phyllostachys aureosulcata “Aureocaulis”, P. bambusoides “Holochrysa”, P. vivax “Aureocaulis” e alcuni altri): sapranno aggiungere un insolito tocco di colore invernale alla vostra giungla domestica.

Come potete vedere dall’elenco più in basso – e non si tratta che di un assaggio – la scelta è davvero ampia e, ovviamente, abbraccia tutte le categorie di vegetali: dagli alberi agli arbusti, dalle piante erbacee ai rampicanti, fino all’eterogenea categoria comprendente tutte le bulbose/tuberose/rizomatose.

Dove andare a parare dipende principalmente dal vostro personale concetto di esotico e, soprattutto, dalle condizioni ambientali che avete a disposizione. Se avete a che fare con sole a picco, venti sferzanti e magari anche la salsedine, i luoghi più adatti dove andare a cercare le vostre piante sono sicuramente il Sudafrica e l’Australia, da cui provengono vere e proprie bizzarrie vegetali, ormai abbastanza facilmente reperibili anche nei vivai meno specializzati.

Se invece avete un giardino al lago o a mezza collina, con abbondanza di acqua a disposizione e un clima fresco durante l’estate, potete provare a coltivare piante della flora cilena, ricca di meravigliosi gioielli del sottobosco.

Se, invece, avete un giardino, un cortile o un terrazzo in città, la mancanza di un paesaggio naturale da cui prendere spunto può diventare – anziché frustrante freno inibitore – incentivo a lasciare andare per una volta a briglia sciolta la fantasia, senza altro limite che il vostro gusto personale.

PS Mentre mi accingevo a scrivere queste ultime righe, mi sono accorto che cominciavano a cadere i primi, timidi, fiocchi di neve e mi sono precipitato, sconsolato, alla finestra: se c’è una cosa, oltre al vento, che le mie amatissime piante temono, questa è appunto la neve. Ma non per partito preso, semplicemente per ignoranza: spesso è mancata loro – nel corso dell’evoluzione – la conoscenza diretta con questo affascinante fenomeno. Le loro splendide foglie, solitamente così generose ed esuberanti, temono il contatto con i candidi fiocchi ghiacciati che possono, nel migliore dei casi, ustionare le foglie e, nel peggiore, farle schiantare miseramente al suolo.

Coltivazione in pillole

– Esposizione: essendo piante abituate a vivere, in natura, al riparo di altre piante, amano la luce filtrata – quando non addirittura l’ombra – almeno nelle ore centrali della giornata

– Innaffiature: abbondanti, nella fase di crescita; diradate oppure sospese quasi completamente durante la stasi vegetativa

– Concimazioni: anche in questo caso, provenendo da ambienti in cui sono abituate ad affondare le loro radici in suoli sciolti e permeabili, ricchi o ricchissimi di sostanza organica, amano concimazioni abbondanti, anche se distanziate nel tempo, oppure leggere e ravvicinate, in grado di sostenere crescite a volte veramente “esplosive”, come è il caso di certi bambù o dei banani.

Piccola bibliografia

G. Betto “Le piante rampicanti”, L’ornitorinco, Rizzoli, Milano, 1986

G. Betto “Le piante insolite”, G. Mondadori Editore, Milano

E. Banfi, U. Quattrocchi “Piante rustiche tropicali”, A. Mondadori Editore, Milano, 1996

F. Consolino, E. Banfi “Piante rampicanti”, A. Mondadori Editore, Milano, 1993

G. Church “Trees and Shrubs for Flowers”, Firefly books, 2002

G. Church “Trees and Shrubs for Foliage”, Firefly books, 2002

G. Church “Trees and Shrubs for Fragrance”, Firefly books, 2002

D. Ellison “An Illustrated Reference to Garden Plants of the World”, New Holland publishers, 2002

W. Giles “Encyclopedia of Exotic Plants for Temperate Climates”, Timber Press, Portland, Oregon, 2007

C. Lloyd “Exotic Planting for Adventurous Gardeners”, Timber Press, Portland, Oregon, 2007

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