La passione… e il mestiere

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Sinfonia in giallo

Fiat lux. Sia fatta la luce. E luce fu. A terra, ad altezza d’uomo e anche un po’ più su, sopra le nostre teste. E da quel giorno ci fu solo l’imbarazzo della scelta: giallo sole, giallo oro, giallo girasole, giallo polenta, giallo limone, giallo primula, vaniglia, chartreuse e persino verde acido. Tinte unite, cangianti, margini, macchie, aloni, chiazze, che sembrano buttate lì a caso oppure dipinte dal pennello di un miniatore con certosina pazienza.

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E pensare che un tempo non mi piaceva il giallo. Colori forti, luce intensa: gaillardie, coreopsis, rudbeckie, gazanie, girasoli … Tutte – senza eccezione – “without a hint of orange”, senza traccia d’arancione, come dicono gli inglesi. Poi ho capito dove stesse il problema: colori forti, luce intensa, tutte – senza eccezione – margherite (Asteracee), tutte – senza eccezione – senza traccia d’arancione. C’è di che rimanere feriti, più che abbagliati. Soprattutto sotto la luce violenta del nostro Sud. Poi ho scoperto i fogliami: tinte morbide, suadenti, colori pastello, perfetti per illuminare angoli ombreggiati, oppure stridenti, che sembrano uscite dall’evidenziatore di un correttore di bozze impazzito, oppure ancora con sfumature d’arancio, e in questo caso si tratta di varietà fatte per crogiolarsi al sole.

Già Gertrude Jekyll, inventrice del “giardinaggio all’inglese” – e nume tutelare di noi giardinieri “coloristi”, un po’ romantici e un po’ nostalgici – diceva, nel suo ***, che se avesse avuto altro spazio a disposizione si sarebbe fatta un giardino giallo. La poveretta – si fa per dire – possedeva una tenuta (Munstead wood, nel Surrey) di *** ettari. Ma, si sa, agli appassionati di piante lo spazio non basta mai. E quello che non poteva fare a casa propria lo consigliava, e lo faceva, a casa d’altri. Ecco così ligustri dorati, agrifogli variegati, tassi aurei.

Vita Sackville-West, a Sissinghurst, celebre per il suo giardino bianco, aveva anche quello che chiamava “il suo giardino del tramonto”, ma si trattava, in questo caso, soprattutto di fiori: ***

Chissà cosa avrebbe fatto se avesse avuto a disposizione l’Hemerocallis ‘Stella d’oro’ …

Penelope Hobhouse, e sono passati alcuni decenni, dedica ai fogliami gialli alcune pagine del suo “Colour schemes for the flower garden”. La scelta si è decisamente ampliata: ***

Per noi, fortunati giardinieri del terzo millennio, la scelta è, ovviamente, ancora più ampia, ed ogni giorno – o quasi – compaiono nuove varietà, selezioni o mutazioni, nei toni del giallo. Ormai non esiste quasi categoria di piante che non abbia fra i propri rappresentanti esemplari che abbiano abbracciato la scelta radicale del giallo, o almeno ci provino. Stagionali, erbacee perenni, arbusti piccoli, medi e grandi, alberi, conifere, persino felci ed agrumi!

Questa “scelta”, se così la possiamo chiamare, dal punto evolutivo proprio non si spiega. Eppure, se da un giorno con l’altro, piante fino a quel momento assolutamente tranquille e rispettabili decidono di abbandonare il fascino rassicurante e un po’ borghese del “tutto verde” e si lasciano andare alla tentazione radical-chic – persino un po’ new-age, se vogliamo – del “tutto giallo”, oppure del “così-così”, qualche ragione ci deve pur essere. Ma a noi ancora sfugge. Sappiamo tutti cosa perdono, decidendo di passare al giallo: meno clorofilla vuol dire una crescita più lenta, una minore resistenza alle avversità; una maggiore predisposizione al “male di vivere” insomma, se le condizioni in cui sono coltivate non sono proprio ottimali. Ed infatti la scelta più diffusa è quella del “così-così”: macchie, chiazze più o meno accentuate, appariscenti variegature oppure margini quasi invisibili.

Per chi decide invece di passare al “tutto giallo”, le conseguenze sono ancora più drammatiche: la perdita dei pigmenti protettivi ha come primo risultato di rendere la pianta più sensibile ai raggi diretti del sole, soprattutto quando questi colpiscono con maggiore intensità, nelle ore centrali della giornata o durante i mesi estivi. Non è un caso infatti che la maggior parte di queste piante, tranne alcune eccezioni – solitamente segnalate dai produttori con scritte a caratteri cubitali – preferiscano posizioni semiombreggiate o, almeno, schermate. Se piantate in posizioni troppo esposte ai raggi del sole, infatti, queste piante manifestano segnali di disagio di varia intensità: il primo a cui dobbiamo prestare attenzione è un fenomeno di “imbianchimento” generale della vegetazione, più sensibile sulle foglie nuove, che, nei casi più gravi – accentuati da irrigazioni inadeguate o in posizioni esposte al vento – può arrivare fino al cosiddetto “scorching”, l’ustione da sole. Si tratta inizialmente di un danno di tipo estetico: le foglie presentano infatti i margini o parte della lamina rinsecchita, come se fosse stata bruciacchiata, ma, se non si corre ai ripari in tempo breve, la pianta esprimerà il suo disagio con un generale rallentamento della crescita o, nei casi più gravi, con la morte. Attenti però a non esagerare con l’ombra perché potrebbe accadere che, se questa è eccessiva, le piante rinverdiscano.

Altre volte ancora, invece, sono dei virus, non letali ma non per questo meno subdoli, a modificare l’aspetto della piante. E questi sono i casi in cui, anche all’occhio meno esperto, la pianta prende un aspetto decisamente malsano: ad esempio nel geranio edera “Crocodile”, le nervature, da verdi che erano, diventano di un inquietante giallo limone. Quando compaiono fenomeni di questo tipo i collezionisti si precipitano a collezionare, mentre noi comuni mortali ci precipitiamo ad acquistare del solfato di ferro, convinti che il poveretto sia stato colpito da una forma fulminante di clorosi. Ma, si sa, il mondo è bello perché è vario.

Gli agrumi: colori e profumi d’Oriente

Ex Oriente lux”: la luce viene da Oriente, e così gli agrumi, seguendo la storia della Civiltà e le rotte dei traffici commerciali.

Conosci tu la terra dove fioriscono i limoni?/ Dove fra le scure foglie splende l’arancia d’oro e un dolce vento/ spira già dal cielo azzurro e il mirto/ silenzioso con l’alloro sta?/ Dimmi, tu la conosci?/ Laggiù, laggiù/ voglio con te fuggire, o dolce amato.” (J. W. Goethe)

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Oggi, nell’era dei viaggi intercontinentali e del turismo di massa, altri nomi hanno sostituito gli agrumi nell’immaginario collettivo: la plumeria, la tiarè, la jacaranda, ma, quando viaggiare era un lusso per pochi ed erano solo intellettuali e giovani di buona famiglia a potersi permettere il Grand Tour, “agrumi” faceva rima con Mediterraneo, con Roma e con la Grecia, culle della civiltà classica.

E per i Tedeschi, che allora come oggi, scendevano nel Bel Paese attraversando il Passo del Brennero, il “warm welcome” (il caldo benvenuto) arrivava in prossimità del Lago di Garda, dove già si cominciava a respirare area di Mediterraneo e dove, guarda caso, esiste una località dall’evocativo nome di Limone del Garda, la località europea più settentrionale in cui gli agrumi erano coltivati in piena terra a scopo produttivo e non solo esclusivamente ornamentale.

Comparsi sulla faccia della Terra – con forme simili a quelle che vediamo oggi – all’incirca trentacinque milioni d’anni fa, gli agrumi sono originari di un’ampia fascia del Sud-Est asiatico, caratterizzata da un clima di tipo monsonico, che va dall’India al Giappone, passando dalla penisola indocinese, dalla Cina meridionale e dalle Filippine, a quote che vanno dal livello del mare fino alle medie altitudini. Queste aree hanno comunque tutte in comune la presenza di estati calde ed inverni miti, con minime raramente al di sotto degli zero gradi centigradi, seppure con qualche eccezione.

Essi hanno poi accompagnato l’Uomo nei suoi spostamenti almeno a partire dal III millennio avanti Cristo. Al XXIII sec. a.C., ai tempi dell’imperatore Ta Yu (intorno al 2205-2197 a.C.), risale infatti il primo riferimento storico ad un agrume, il “Chu”, quasi certamente un tipo di mandarino a frutto piccolo.

In Occidente il primo agrume ad essere conosciuto fu il cedro, arrivato presso i Greci grazie alla spedizione in India di Alessandro Magno, che però lo trovò coltivato nei giardini persiani. Questo frutto fu poi adottato dal popolo ebraico per la cosiddetta Festa delle Capanne, o dei Tabernacoli. Presso i Romani esso invece era detto “citrus” – il nome del genere a cui nella botanica moderna appartengono tutti gli agrumi più noti – oppure “malum medicum”, perché lo si riteneva originario della Media, una regione del Medio Oriente. Ne parlano nelle proprie opere sia Virgilio che Dioscoride, mentre Plinio il Vecchio nella sua “Storia naturale” ci racconta che veniva utilizzato dai nobili per profumare l’alito o come repellente per insetti, poiché era ritenuto immangiabile.

Notizie del limone si ebbero invece a Roma intorno al primo secolo d.C., perché è a questo periodo che risale un affresco rinvenuto a Pompei raffigurante una pianta con ventuno frutti.

L’arancio amaro, o melangolo, giunse in Europa insieme ai Crociati di ritorno dalla Palestina, oppure venne introdotto in Sicilia dagli Arabi intorno al X-XI secolo d.C.

L’arancio dolce venne invece portato in Europa nel Cinquecento dai Portoghesi, che lo conobbero nelle loro navigazioni intorno al mondo.

La “citromania”, nata nella Firenze dei Medici, impazzò poi nelle corti europee per tutto il Sei e il Settecento. Nobili e case regnanti facevano a gara nell’accaparrarsi le varietà più strane – un po’ come succedeva per i tulipani, e come succederà, nell’Ottocento, con le orchidee – e nella costruzione delle più imponenti strutture dove ricoverare le piante durante i mesi invernali che, a seconda del luogo e del momento, presero via via il nome di conserve, limonaie, orangeries, etc. E’ ovvio che la magnificenza delle collezioni e delle limonaie procedeva di pari passo con la grandeur e la disponibilità economica dei committenti. Si racconta, ad esempio, che Luigi XIV (il magnifico Re Sole) possedesse più di mille vasi di agrumi – i famosi cassoni di Versailles – di cui un centinaio d’argento, così come d’argento erano i cache-pot che ospitavano le piante di limone fiorite all’interno della celebre Galleria degli Specchi, ma anche quelle d’arancio, le preferite del Re, in quanto emblema solare. Per la cronaca l’orangerie di Versailles è la più grande del mondo, seguita da quella di Schonbrunn.

Per quanto riguarda la selezione di nuove varietà, all’inizio il merito andava tutto alla presenza e alla disponibilità di insetti pronubi compiacenti, i quali svolazzavano incuranti da un cedro ad un limone, da un pommelo ad un arancio amaro, prima in natura e poi nelle collezioni, dando via via origine a nuove entità, come è il caso, ad esempio, dei limoni cedrati, delle lumìe e, pare, del bergamotto.

L’individuazione e la riproduzione degli “sport” (mutazioni gemmarie spontanee) costituiva un altro modo per ampliare il numero di varietà in coltivazione, da cui ebbe origine una forsennata caccia alle novità, che rappresentavano dei veri e propri status-symbol.

Il maggiore documento iconografico di questo boom collezionistico è rappresentato da quattro tele dipinte intorno al 1715 da Bartolomeo Bimbi, pittore di corte del sesto granduca di Toscana, Cosimo III de’ Medici, in cui sono raffigurati 114 soggetti, molti dei quali purtroppo andati persi nel corso dei secoli, mentre una buona parte si è conservata nelle collezioni del Giardino di Boboli e della Villa Medicea di Castello.

Negli ultimi decenni, invece, nuove varietà sono nate da incroci mirati allo scopo di sviluppare migliori caratteristiche dei frutti, ad esempio la mancanza di semi, oppure, ancora più di recente, mediante le più innovative tecniche di selezione agronomica.

E’ così che sono nate, ad esempio, piante i cui frutti sono ormai facilmente reperibili sul mercato, come il mapo (incrocio tra mandarino e pompelmo), oppure altre destinate alla coltivazione a scopo ornamentale. E’ il caso del lipo (incrocio tra limone e pompelmo), del ku-cle (incrocio tra il kumquat, meglio noto come mandarino cinese, e il clementino, meglio noto come mandarancio) o del lime-quat (incrocio tra lime e kumquat), che produce frutti che pendono dai rami come deliziose piccole uova gialle.

 

Con quella faccia un po’ così…

quell’espressione un po’ così, che abbiamo noi che siamo nate… ai tropici. Il che, poi, non è sempre vero. E vedremo il perché.

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I climatologi non sanno più che pesci pigliare e noi neppure. I laocoonti del giardinaggio hanno, per tutta la primavera, cavalcato l’onda dei cambiamenti climatici, buttandosi a capofitto su quelle che vengono definite “waterwise plants”, le piante che risparmiano – e fanno risparmiare a noi – acqua. E così non c’è stata rivista, dalle teste di serie fino ai bollettini parrocchiali, o mostra più o meno blasonata, da Masino giù giù fino al tacco d’Italia, che non si sia occupata di questo argomento così scottante e così irresistibilmente “d’attualità”. Tranne che all’Orticola, dove si è continuato ad esporre, e a proporre, piante come se nulla fosse, a riprova del fatto che – forse – a Milano l’acqua del sindaco non si paga ancora abbastanza oppure – molto più probabilmente – che non esiste terrazzo di città, per quanto accuratamente progettato e amorevolmente accudito, capace di resistere senz’acqua per più di qualche manciata di giorni.

E poi, in barba ad ogni previsione, quella passata è risultata essere la primavera più piovosa degli ultimi quarant’anni, almeno qui al Nord. Colpa della Nina, dicono. A ennesima dimostrazione del fatto, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che l’uomo propone e Dio dispone. Ma, purtroppo, una rondine non fa primavera e solo il tempo ci dirà a cosa stiamo andando incontro. Tutti i modelli sono però concordi nel prevedere una progressiva diminuzione della quantità complessiva delle precipitazioni, con una lenta ma costante “aridificazione” del nostro clima. Quasi tutti i modelli sono anche concordi nell’affermare che i fenomeni meteorologici diventeranno sempre più improvvisi, brevi ed intensi, per via della maggiore quantità di energia presente in atmosfera a causa del riscaldamento globale.

Per quanto ci riguarda, si presentano due scenari: il primo prevede, per il nostro Sud, una lenta, ma neanche troppo – trent’anni sono un periodo di tempo abbastanza breve se paragonati all’età della Terra, un po’ meno se confrontati alla vita media di un essere umano – desertificazione, con drastica diminuzione delle precipitazioni e contemporanea salinizzazione dei suoli. Se proprio vogliamo essere ottimisti e cercare il lato buono in ogni cosa, potremmo immaginare, in un futuro non molto lontano, di poter raccogliere i datteri nel giardino di casa, anziché andare a comprarli. Ma non mi sembra un granché, come consolazione.

Per quanto riguarda l’Italia del Nord, invece, i pareri sono discordi: non è possibile prevedere con certezza se le nostre regioni settentrionali verranno “catturate” dall’influenza del bacino mediterraneo, oppure si assoggetteranno al regime climatico del Centro-Europa. In questo caso, pare, dovremmo assistere ad una progressiva continentalizzazione del clima, con estati sempre più lunghe e torride ed inverni sempre più freddi. Oppure, altra ipotesi, avremo due sole stagioni: quella umida e quella asciutta, un po’ come succede nelle regioni dell’Asia orientale sottoposte al regime monsonico, da cui proviene una buona parte delle piante di cui parleremo questo mese.

Cosa, questa, che sembrerebbe confermare quello che si sente ripetere quasi ogni giorno ad ogni fermata del tram: e cioè che non esistono più le mezze stagioni e non si sa mai cosa mettere quando si esce di casa, e che si stava meglio quando si stava peggio, quando le estati erano estati e gli inverni erano inverni e, udite udite, nevicava, persino!

Se queste sembrano essere le tendenze globali, valide su larga scala – e cioè almeno a livello regionale – quello che a noi interessa per la coltivazione delle nostre beniamine sono invece le singole situazioni dove, al verificarsi di particolari condizioni, si creano i cosiddetti “microclimi”, fortuna o dannazione di ogni proprietario di spazi verdi e dove la presenza o meno di un angolo, di una siepe qualche metro più in là o di una costruzione nelle vicinanze può rappresentare la differenza tra la vita e la morte per piante considerate “a rischio”. Si favoleggia, ad esempio, che fino a solo 15-20 anni fa, qui nella fertile e ricca Brianza dove ormai le nebbie sono diventate un miraggio, fosse impossibile coltivare, non dico sughere e fichi d’india, ma persino ulivi, melograni e corbezzoli, che ora invece vanno così di moda, a conferma della progressiva “mediterraneizzazione” del clima delle nostre città. Anche, e soprattutto, a causa della cosiddetta “isola di calore urbano”, che rialza le minime invernali anche di 4 o 5 gradi rispetto alle campagne circostanti. E quella che in estate è sicuramente una maledizione – con la sensazione di calore soffocante e le superfici asfaltate e cementificate che rilasciano il calore accumulato durante il giorno, rendendo ogni notte una nuova, prolungata agonia – d’inverno potrebbe diventare, smog a parte, un vero e proprio toccasana per le nostre piante. E’ quindi ai fortunati possessori di umidi ed ombrosi cortili di città, dove nulla riesce a crescere a causa dell’ombra proiettata dagli edifici (troppo) vicini che mi rivolgo stavolta. Per loro, anche se può sembrare strano, sarà più facile riuscire a creare la propria “giungla privata”.

Ma…!” direte voi… Non c’è “ma” che tenga. Ormai dovremmo averlo capito: le flore del mondo sono così sconfinate e la scelta di piante possibili così vasta che quasi certamente riusciremo a trovare quella che fa al caso nostro. L’importante è, come sempre, andare a “pescare” nei luoghi giusti: in questo caso zone caratterizzate da estati lunghe, calde ed umide, e da inverni freschi, a volte persino freddi, e moderatamente asciutti.

Se, quindi, nel nostro immaginario botanico, lasciamo stare per un attimo Sandokan e i suoi tigrotti della Malesia – alle prese con liane e ficus strangolatori – le prime piante che ci vengono in mente, se pensiamo al concetto di “esotico”, sono palme e banani, seguiti immediatamente dai bambù.

Le prime sembrano sempre così irrimediabilmente fuori posto, se non fosse per quel famoso Trachycarpus fortunei – un tempo conosciuto come Chamaerops excelsa – che, arrivato dalla Cina sul finire del Settecento, ha poi cominciato a diffondersi per tutti i giardini d’Europa in pieno Ottocento, sull’onda di quella “esotomania” che, in quegli anni, a causa dei maggiori scambi commerciali con l’Oriente e dell’impazzare della moda del “giardino all’inglese”, ha diffuso, ovunque il clima lo consentisse, un’immensa quantità di piante provenienti dalla Cina e dal Giappone. Eh già, perché la nostra bella orientale, così a suo agio in ogni giardino affacciato sui laghi del Nord – tanto da essere diventata, in alcuni casi, infestante – è arrivata quatta quatta dalla Cina ormai quasi duecento anni fa. Non che noi qui non si avesse la nostra brava palma, la cosiddetta palma nana o palma di S. Pietro (Chamaerops humilis) – tra l’altro l’unica spontanea in Italia – ma si tratta di una pianta dall’habitat naturale così localizzato da essere appannaggio, inizialmente, solo dei giardini situati in zone dal clima molto simile a quello di origine, e quindi quelli della Riviera, sia nostra che oltreconfine. E’ solo di recente che, grazie appunto, come si diceva, ai cambiamenti climatici e al periodico ricorso delle mode, la troviamo, incurante del vento, felice come non mai di non avere a che fare con la salsedine, a crogiolarsi al sole dei terrazzi “in” delle città del Nord Italia.

Ai nostri giorni, come sempre grazie alla maggiore sensibilità di alcuni vivaisti illuminati, alle sempre più pressanti richieste da parte dei gruppi di appassionati e, soprattutto, al Mare Magnum della Rete, la disponibilità di palme per i climi temperati è in lento ma costante aumento e, fra generi e specie, c’è – quasi – l’imbarazzo della scelta. E, come mi piace ripetere, una pianta per ogni situazione (o quasi).

Dalle Brahea alle Butia, da certe Chamaedorea alle Trithrinax, da Sabal e Serenoa alle Washingtonia: vecchie e nuove, sperimentate o da sperimentare, tutte assieme appassionatamente. Un avviso: le palme danno dipendenza; una volta entrati nel tunnel vi sarà difficile uscirne. Conosco almeno un paio di casi documentati scientificamente.

Anche qui, se mi è consentito un solo nome, la scelta ricade su Trachycarpus princeps: originario della Cina occidentale (Yunnan), dove cresce su ripide pareti rocciose a strapiombo sulle acque del fiume Nu Jang. Bello e impossibile (da trovare), perché la sua scoperta risale solo al 1997. Ma, ve lo assicuro, il sacrificio e l’attesa saranno ampiamente ricompensati dalla magnificenza (e maestà, come dice il suo nome) delle splendide foglie, pruinose e bluastre su entrambe le pagine.

Le palme sono tallonate da presso dai banani, più o meno per lo stesso motivo e a partire dagli stessi anni. L’”untore” è, in questo caso, rappresentato da Musa basjoo, stavolta di origine giapponese: diffusissimo anch’esso nei giardini sui laghi, ma anche nei cortili di città riparati dal vento che – come tutti i banani – soffre terribilmente, esso riesce, negli anni favorevoli – e cioè ultimamente, sempre più spesso – a fiorire e ad abbozzare la formazione del casco.

Non mancano però sfolgoranti novità – se così si possono chiamare – reperibili con sempre maggiore facilità sui mercati appena un po’ specializzati: fra queste spicca, per il colore verde-glauco delle foglie e il portamento da “nanerottola” Musella lasiocarpa, dalla sfolgorante fioritura gialla, in grado di durare, si dice, fino a otto mesi. Come in tutti i banani, dopo la fioritura il fusto principale muore, ma la produzione di polloni basali è così abbondante che il rischio di perdere la pianta è pressoché nullo.

E veniamo ora ai bambù. Dai nani di 15-20 centimetri (Pleioblastus pygmaeus “Distichus”) ai giganti di 15 metri e oltre (Phyllostachys bambusoides, P. vivax), c’è solo l’imbarazzo della scelta. Mentre vi affannate alla ricerca degli introvabili – ed incoltivabili, almeno da noi – “blue bamboo” (Borinda, Hymalayacalamus, etc.), vi consiglio di soffermarvi sui bambù dai culmi gialli (Phyllostachys aureosulcata “Aureocaulis”, P. bambusoides “Holochrysa”, P. vivax “Aureocaulis” e alcuni altri): sapranno aggiungere un insolito tocco di colore invernale alla vostra giungla domestica.

Come potete vedere dall’elenco più in basso – e non si tratta che di un assaggio – la scelta è davvero ampia e, ovviamente, abbraccia tutte le categorie di vegetali: dagli alberi agli arbusti, dalle piante erbacee ai rampicanti, fino all’eterogenea categoria comprendente tutte le bulbose/tuberose/rizomatose.

Dove andare a parare dipende principalmente dal vostro personale concetto di esotico e, soprattutto, dalle condizioni ambientali che avete a disposizione. Se avete a che fare con sole a picco, venti sferzanti e magari anche la salsedine, i luoghi più adatti dove andare a cercare le vostre piante sono sicuramente il Sudafrica e l’Australia, da cui provengono vere e proprie bizzarrie vegetali, ormai abbastanza facilmente reperibili anche nei vivai meno specializzati.

Se invece avete un giardino al lago o a mezza collina, con abbondanza di acqua a disposizione e un clima fresco durante l’estate, potete provare a coltivare piante della flora cilena, ricca di meravigliosi gioielli del sottobosco.

Se, invece, avete un giardino, un cortile o un terrazzo in città, la mancanza di un paesaggio naturale da cui prendere spunto può diventare – anziché frustrante freno inibitore – incentivo a lasciare andare per una volta a briglia sciolta la fantasia, senza altro limite che il vostro gusto personale.

PS Mentre mi accingevo a scrivere queste ultime righe, mi sono accorto che cominciavano a cadere i primi, timidi, fiocchi di neve e mi sono precipitato, sconsolato, alla finestra: se c’è una cosa, oltre al vento, che le mie amatissime piante temono, questa è appunto la neve. Ma non per partito preso, semplicemente per ignoranza: spesso è mancata loro – nel corso dell’evoluzione – la conoscenza diretta con questo affascinante fenomeno. Le loro splendide foglie, solitamente così generose ed esuberanti, temono il contatto con i candidi fiocchi ghiacciati che possono, nel migliore dei casi, ustionare le foglie e, nel peggiore, farle schiantare miseramente al suolo.

Coltivazione in pillole

– Esposizione: essendo piante abituate a vivere, in natura, al riparo di altre piante, amano la luce filtrata – quando non addirittura l’ombra – almeno nelle ore centrali della giornata

– Innaffiature: abbondanti, nella fase di crescita; diradate oppure sospese quasi completamente durante la stasi vegetativa

– Concimazioni: anche in questo caso, provenendo da ambienti in cui sono abituate ad affondare le loro radici in suoli sciolti e permeabili, ricchi o ricchissimi di sostanza organica, amano concimazioni abbondanti, anche se distanziate nel tempo, oppure leggere e ravvicinate, in grado di sostenere crescite a volte veramente “esplosive”, come è il caso di certi bambù o dei banani.

Piccola bibliografia

G. Betto “Le piante rampicanti”, L’ornitorinco, Rizzoli, Milano, 1986

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E. Banfi, U. Quattrocchi “Piante rustiche tropicali”, A. Mondadori Editore, Milano, 1996

F. Consolino, E. Banfi “Piante rampicanti”, A. Mondadori Editore, Milano, 1993

G. Church “Trees and Shrubs for Flowers”, Firefly books, 2002

G. Church “Trees and Shrubs for Foliage”, Firefly books, 2002

G. Church “Trees and Shrubs for Fragrance”, Firefly books, 2002

D. Ellison “An Illustrated Reference to Garden Plants of the World”, New Holland publishers, 2002

W. Giles “Encyclopedia of Exotic Plants for Temperate Climates”, Timber Press, Portland, Oregon, 2007

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