Altri rampicanti per climi temperati

S’aggrappano, s’appoggiano, festonano, ricadono mollemente, rivestono con la grazia di trine e merletti, oppure scalano, divorano, ricoprono, a volte strangolano, persino.

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No, non stiamo parlando di settecentesche dame in crinolina né di un’orda famelica di barbari invasori, stiamo parlando di rampicanti: un eterogeneo gruppo di piante, appartenenti alle più varie famiglie botaniche e provenienti dalle più diverse regioni del globo e, quindi, adatte a venire incontro alle nostre più disparate esigenze. Eppure… eppure…

Nel frattempo, in un qualunque vivaio/garden center di una qualunque parte d’Italia…

Buongiorno, avete mica il gelsomino?” “Quale?” – fingendo indifferenza, ma già sapendo dove si andrà a parare. “Ma sì, quello… solito, quello che non perde le foglie”. “Quello con le foglie lucide, lanceolate, un po’ spesse?” “Ma sì, quello… normale!” “Ah, sì, ho capito – ostentando una certa aria di sufficienza – il falso gelsomino?” “Perché, non è quello vero?!?” “No, guardi, signora, quello vero è tutta un’altra cosa!”

Perché davvero non se ne può proprio più, di questo benedetto Trachelospermum jasminoides. Il quale, oltretutto, è ancora noto come Rhyncospermum jasminoides Hort., dove Hort. sta per “hortulanorum”, cioè “dei giardinieri”o, peggio ancora, “dei vivaisti”. (Nota: entrambe le categorie sono tristemente note per la lentezza biblica con cui si adeguano ai cambiamenti nella nomenclatura botanica. I Botanici – quelli che per professione danno i nomi alle piante – dal canto loro, ogni tanto si lasciano prendere un po’ dall’ebbrezza del gioco e contribuiscono a complicare non poco la vita di noi poveri “consumatori di piante” o utenti, come si preferisce dire oggi). Il nome di “falso gelsomino” gli deriva invece dal fatto di appartenere alla famiglia delle Apocynacee (quella dell’oleandro, per intenderci), mentre i veri gelsomini (genere Jasminum) appartengono alla famiglia delle Oleacee (quella dell’ulivo, per intenderci). Prova ne è che da qualunque lesione e/o ferita cola un latice bianco e appiccicaticcio. Tossico, per di più, ma solo se entra in contatto con le mucose.

Per essere bello, è bello: con quelle sue foglie verde scuro, lucide, coriacee, e la fioritura bianca, profumata – forse fin troppo – talmente abbondante da coprire completamente la pianta. Oltretutto ha dalla sua la resistenza al sole, all’ombra, all’inquinamento, alla mancanza d’acqua, alle sevizie che solo i più inesperti “pollici grigi” possono arrecare alle loro beniamine. E, dulcis in fundo, un’invidiabile resistenza alla costrizione in vaso e un lento, lentissimo processo di invecchiamento. A pari merito con un’altra pianta bella, bellissima, dalle foglie lucide, sempreverdi e dall’altrettanto profumata fioritura bianca e, se possibile, altrettanto abusata: il pittosforo.

Come se, con tutto il ben di Dio che esiste fra i rampicanti, la scelta, alla fine, si fosse ridotta a due sole essenze: il falso gelsomino, al sole, e l’edera, ma un po’ a malincuore, all’ombra. Perché ormai sono queste le caratteristiche che devono possedere queste povere piante, se vogliono meritarsi, e soprattutto mantenere, un posto, sui nostri balconi/terrazzi o nei nostri giardini: devono innanzitutto essere sempreverdi, per dividere, separare, coprire, mascherare, occultare, nascondere – e chi più ne ha più ne metta – da quelli, che prima di essere considerati dei vicini, più o meno prossimi, sono considerati dei nemici, degli inguaribili voyeur. I quali, probabilmente, penseranno esattamente la stessa cosa di noi.

Se poi in più la pianta in questione ha anche il bonus della fioritura, allora ben venga, purché, è sottinteso, non sporchi troppo. Ma nel caso del Trachelospermum, anzi, pardon, Rhyncospermum, si può ben chiudere un occhio, in nome di tanta bellezza e di tanto profumo.

Anche se, come dicevamo poc’anzi, il gelsomino vero è tutta un’altra cosa. Ahinoi!

Come se, fra rampicanti, sarmentose, volubili e scandenti; fra uncini, viticci, ventose, radici aeree e peduncoli fogliari, non esistesse, non dico qualcosa di meglio, ma almeno di alternativo.

Sono passati poco più di vent’anni da quando il compianto Guglielmo Betto, instancabile ricercatore e attento sperimentatore (in un’epoca in cui – non dimentichiamocelo – Internet non esisteva), oltre che affascinante divulgatore, nel suo “Le piante rampicanti” (L’ornitorinco, Rizzoli, Milano, 1986), si profondeva nell’elenco di un’ottantina di generi – vi lascio quindi immaginare il numero di specie – di rampicanti”insoliti”. In quell’elenco il nostro amatissimo falso gelsomino era ancora riportato come pianta da diffondere (nel senso che qui al Nord la sua resistenza al freddo era ancora tutta da sperimentare). Ecco, direi che nel frattempo, si è decisamente diffusa. Fin troppo.

Esattamente come, giusto per parlare di un’altra pianta “à la page”, la Photinia ‘Red robin’ è diventata LA SIEPE degli anni ’90-2000, come il lauroceraso lo era stato negli anni 50-60-70-80, e prima di lui, il ligustro. E chi, se lo ricorda più, ormai, il ligustro?

Esattamente come, se mi si permette la citazione colta: “Da una ricerca storica condotta velocemente da me stessa, risulta che l’anno della mia prima comunione, la rughetta (rucola, N.d.A.) non esisteva”. Così recita, in uno dei suoi libri, Luciana Littizzetto, irriverente come sempre.

Ecco, probabilmente, anche il Rhyncospermum non esisteva, l’anno della mia prima comunione, o, almeno, se ne stava ancora saldamente ancorato a casa sua, e non a qualunque ringhiera-treillage-recinzione, di un qualunque balcone-terrazzo-giardino di un qualunque borgo-paese-città d’Italia, dall’Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno (quello che passa da Bologna).

Errata corrige: dall’elenco – datato 1884 – delle piante coltivate in un giardino storico sul lago di Como, di cui sto curando la riqualificazione botanica, risulta che il nostro (allora ancora Rhyncospermum) era purtroppo già tristemente noto alle cronache.

Come potrete immaginare, si tratta di un’opinione assolutamente personale, che deriva dal fatto di vivere in compagnia del nostro beneamato per ben dodici mesi all’anno (N.d.A.)

Se invece siete proprio degli inguaribili aficionados e avete paura a lasciare la strada vecchia per la nuova, vi consiglio alcune piccole variazioni sul tema: Trachelospermum asiaticum, molto simile al nostro ma dal fiore giallino e un profumo meno fastidioso, e due strane varietà più adatte però come tappezzanti che come rampicanti: il cosiddetto Trachelospermum asiaticum “angustifolium” e il T. asiaticum “Tricolor”, dalle vistose screziature bianche e rosa.

Se invece siete degli imperdonabili romantici e per voi la rosa rimane la regina dei fiori, spiacente di spezzarvi il cuore, ma sappiate che in realtà non si può parlare di rose rampicanti – perché le rose non hanno mezzi “attivi” per aggrapparsi – bensì occorre parlare di rose sarmentose, visto che possono solo “appoggiarsi” ai sostegni, a cui poi si assicurano per mezzo delle spine, spesso uncinate e rivolte verso il basso, come è il caso, ad esempio, della bougainvillea oppure dei rovi. Visto che si tratta di un mondo sconfinato, posso solo permettermi di consigliarvene una: la Rosa banksiae. Grande, per non dire immensa, spesso sempreverde, o quasi, dai fusti che si sfogliano a maturità. Con l’unico difetto, perdonabilissimo, tra l’altro, di un’unica, ma spettacolare, fioritura. E un insolito profumo di violetta…

Così, se siete amanti dell’”Old English Style”, niente di meglio delle clematidi. Anche qui l’imbarazzo della scelta: spontanee o coltivate, sempreverdi o spoglianti, dal fiore a campanella oppure a piattino, in innumerevoli sfumature di colore, dal bianco al giallo, al rosa al rosso, al viola. Anche qui, se posso fare solo un nome, ma semplicemente perché ho un debole per le piante profumate: Clematis armandii.

Se invece siete amanti del Tropical look, vi consiglio di andare a visitare il sito di Maurizio Vecchia, grande appassionato e conoscitore di passiflore (www.passiflora.it). Qui, più che di un mondo, si tratta di un vero e proprio universo dove, fra centinaia di specie e migliaia di ibridi creati dall’uomo, troverete sicuramente quella che fa al caso vostro. Il difficile poi è, semmai, come al solito, trovarle dal vostro fornitore di fiducia.

Sempre per gli amanti dell’esotico, vi consiglio di provare Hoya carnosa, conosciuta anche come fiore di cera, che, benché normalmente sia considerata una pianta da serra fredda, da me riesce a svernare da anni sul balcone di casa, con una/due ore di sole al giorno, dove ha resistito, asciutta e al riparo dalla pioggia a -3°C. E’ anche vero che la pianta madre cresceva a Berlino, dove passava l’inverno protetta da semplice cellophane con le bolle. E’ proprio vero che con le piante finché non si prova di persona…

Se invece siete appassionati del genere “Mission impossibile”, il paese che ci riserva il maggior numero di sfide da questo punto di vista è sicuramente il Cile: là, nelle foreste di Valdivia, fresche e nebbiose, si cela un tale numero di rampicanti – difficili sia da trovare che da coltivare – da far girare la testa a qualunque appassionato. Dal mitico copihue (Lapageria rosea), bello ed impossibile, il cui nome vuole ricordare la prima moglie di Napoleone, ai tanti tropeoli tuberosi (Tropaeolum azureum, T. tricolorum e tanti altri, pressoché sconosciuti), ad Asteranthera ovata, Berberidopsis corallina, Mitraria coccinea, Sarmienta repens, etc. Se siete alle prime armi e volete allenare il vostro pollice verde con qualcosa di più facile, potete cominciare con Cissus striata, piccolo rampicante sempreverde della famiglia della vite. Non fiorisce (o quasi), ma le sue graziose foglie verdi possono rivestire un muretto al posto di una delle innumerevoli varietà di edera. Se invece preferite i fiori, ecco Eccremocarpus scaber, che si ottiene da seme e nasce e fiorisce con una certa facilità.

Se poi riuscite a coltivare con successo una di queste piante “impossibili”, fatecelo sapere: saremo ben lieti di condividere con voi il vostro trionfo personale.

I compiti per casa:

G. Betto “Le piante rampicanti”, L’ornitorinco, Rizzoli, Milano, 1986

F. Consolino, E. Banfi “Piante rampicanti”, A. Mondadori Editore, Milano, 1993

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