The unwatered garden: il giardino da non innaffiare

O, meglio, il giardino non irrigato. E, vi assicuro, la differenza non è poi tanto sottile come potrebbe sembrare.

In questo modo Derek Jarman aveva chiamato il suo, sulla costa inglese del Kent, popolato da papaveri della California (Eschscholtzia californica) e cavoli marini (Crambe maritima), oltre che da resti di relitti (o rifiuti, se preferite) portati a riva dalla risacca. Certo, nessuno di noi si sognerebbe mai, o quasi, di fare un giardino di sole “erbacce”. Ma Jarman era un Artista, con la A maiuscola. Eppure…

Eppure ci sono tante piante che erbacce non sono – oppure, come sempre capita, lo sono a casa loro, ma, si sa, nessuno è profeta in patria – e che non sfigurerebbero affatto in un giardino con un’aria, diciamo così, un po’ “country”.

Ma, un po’ per amor di novità – che spesso novità non sono – oppure per quel senso di coscienza ambientalista che, dapprima serpeggiando lentamente, si è poi saldamente insinuato negli animi dei giardinieri free-lance (o fai-da-te, se preferite). Quelli che hanno capito che il prato all’inglese sta bene solo in Inghilterra e, forse, ormai neppure là….

[Questa frase non ha assolutamente senso, ma ci ho messo sette anni per accorgermene, per la serie: meglio tardi che mai ahahaha]

Tutto è cominciato nella torrida estate del 2003. Quando, qui nella fertile e, teoricamente, ricca di acqua, Pianura padana, a causa di un calamitoso susseguirsi di eventi meteoclimatici, ad un inverno decisamente asciutto, seguirono una primavera altrettanto asciutta e poi, a partire da maggio, il solleone prese a picchiare: settimane e settimane di cielo terso, senza una goccia d’acqua.

Era come se, insieme alla cappa di calura opprimente, si percepisse, ugualmente opprimente, il gravare di un senso di desolazione cosmica, in cui il muto lamento di tigli e betulle, querce ed ippocastani, che morivano a migliaia, si unisse all’attonito stupore di noi animi sensibili, che in silenzio stavamo a guardare, in attesa che il Sole, nuovamente guidato da un auriga impazzito, riprendesse il suo corso regolare, e che la canicola potesse finalmente avere fine. Il che puntualmente avvenne, ma solo alla fine di ottobre, con l’arrivo delle piogge ristoratrici.

E’ stato così che ho cominciato a studiare, con interesse e dedizione sempre crescente, e poi a sperimentare, alcune piante che potessero avere migliori probabilità di adattarsi all’ecosistema urbano, uno dei peggiori possibili.

Innanzitutto, come riconoscerle? Le piante per climi asciutti, che non deve necessariamente significare anche caldi, hanno sviluppato una serie di adattamenti che permette loro di sopravvivere a periodi più o meno prolungati di siccità. Hanno, ad esempio, foglie grigie, spesso tomentose, meglio adatte a difenderle dalla disidratazione. E’ il caso di numerosissime piante aromatiche, dalla salvia alle lavande, dall’elicriso alla santolina.

Oppure, se si ostinano a possedere foglie verdi, le hanno coriacee e lucide per la presenza di sostanze simili a cera, come è il caso ad esempio dell’alloro e del corbezzolo.

Oppure ancora, hanno cercato di ridurre la superficie traspirante, rendendole simili ad aghi, come il rosmarino. Senza arrivare agli eccessi della gran parte dei cactus, i quali però, evidentemente, vivono in ambienti decisamente più ostili.

Da dove vengono? Anche qui non c’è che l’imbarazzo della scelta: luogo d’elezione di queste piante sono le cinque zone della Terra a clima mediterraneo, caratterizzato da inverni miti e discretamente umidi, seguiti da estati torride ed asciutte. Oltre al bacino del Mediterraneo, climi di questo tipo si trovano in una parte del Sudafrica, della California, della California e del Cile, le cui flore possiamo saccheggiare a piene mani (sempre però passando dai vivai) se vogliamo provare a coltivare qualcosa di nuovo.

La scelta è, quindi, davvero ampia, fra piante indigene ed esotiche novità, così com’è ampia la scelta fra erbacee ed arbusti, bulbose (a migliaia) ed alberi.

Vorrei iniziare questa rapida – e necessariamente parziale – carrellata, con alcune piante di casa nostra, magari aromatiche, che nelle calde giornate (oppure serate) estive fanno sentire prepotentemente la loro presenza, resa più gagliarda dalla rottura delle vescicole contenenti gli oli essenziali.

Perché però, visto e considerato che in giardino, come in cucina, oggidì va di moda la “fusion”, non cominciare col metterci un bel cardo? Grigio, imponente, sofisticato nella sua aria “di campagna”, che nulla ha da invidiare alle più apprezzate erbacee a foglia grigia. Oppure la ruta, nella sua varietà “Jackman’s blue”, più glauca che grigia, il cui profumo possiede un vago sentore di noce di cocco. Non garantisco però a proposito di eventuali grappe…

Oppure un bell’assenzio, magari nella varietà “Lambrook silver”, per chi vuole ostentare atteggiamenti da maudit. Per le signore non so, magari potrebbe bastare un anicino… che nel nostro caso equivale a piantarsi in giardino, oppure sul terrazzo – quasi tutte le aromatiche sono piante rustiche ed adattabili – il finocchietto selvatico, magari nella sua varietà “Bronze”, a cui essere grati per il profumo dei frutti e delle splendide foglie simili a piume, e, se siete abbastanza fortunati, per il raro piacere di poter osservare da vicino i variopinti bruchi del macaone.

Se invece, fra le piante esotiche, potessi sceglierne solo una, dopo lunghe riflessioni, credo proprio che la scelta ricadrebbe su LEI: Romneya coulteri. Bella, bellissima, capricciosa come solo le dive sanno essere ma, quando avrete trovato il modo di addomesticarla, saprà ricompensarvi con i suoi splendidi fiori, bianchi con il centro giallo, simili ad immensi papaveri, dai petali fatti di carta velina.

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Se l’argomento è di vostro interesse, vi consiglio un paio di letture per l’estate (inverno?!?): “The dry garden” e “The gravel garden” di Beth Chatto e “Pour un Jardin sans Arrosage” di Olivier Filippi. Buona lettura!

PS Forse vi domanderete: ma per l’ombra asciutta non ha pensato niente? Non vi preoccupate: to be continued…

IN SINTESI:

Cosa potete fare per aiutare le nostre piante a difendersi da prolungati periodi di siccità:

  • scegliete le piante adatte. Esistono piante per ogni luogo, anche quelli peggiori. Ricordate che anche la pianta più bella nel posto sbagliato può diventare orribile

  • pacciamate con qualunque materiale abbiate a disposizione, dalla corteccia ai gusci di nocciole, dagli sfalci del prato (attenti alla fermentazione!) al letame ben maturo, dalle foglie secche alla ghiaia

  • annaffiate abbondantemente (se non esistono restrizioni in merito all’uso dell’acqua potabile per usi irrigui), ma prolungando gli intervalli fra un’irrigazione e l’altra: favorisce lo sviluppo di radici profonde, meno sensibili agli sbalzi di temperatura ed umidità negli strati superficiali del terreno

  • utilizzate le micorrize (miscele di funghi simbionti) all’impianto. Aiutano la pianta a superare gli stress, soprattutto quelli idrici

  • riducete le concimazioni, soprattutto azotate, e aumentate quelle a base di potassio

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5 risposte a “The unwatered garden: il giardino da non innaffiare

  1. proprio quello che mi serviva,grazie per i consigli Diego, ma dove la trovo una Romneya coulteri?la cerco da tempo…….

    • Vorrei precisare che l’asciutto lì non è certo l’asciutto qui… :-/
      PS Io l’anno scorso ne ho prese da Priola, che se non altro spedisce…
      Oppure posso provare a sentire uno dei miei fornitori

  2. Caro Diego, concordo con la bellezza del cardo e non ti nascondo che una bella pianta d’assenzio mi tenterebbe. Ma sarei curioso di conoscere LEI 😉

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