Il Giardino del Merlo a Dongo (CO): una meraviglia dimenticata dagli uomini, ma non da Dio – part 2.4

LE CAVE DI MARMO

Dal racconto di un ex lavoratore alla cava di marmo, Artimedio Salice:

Ho lavorato alla cava di marmo dal 1940 al 1949. Ho ripreso il lavoro in cava, alle dipendenze della ditta Luigi Scalini, dal marzo 1952 sino al 1960.

Nel 1952 lo stipendio base ammontava a 40,80 lire all’ora. All’epoca in cui fui assunto, lavoravano circa cinquanta operai nella cava e altrettanti nello stabilimento a lago. Io lavoravo nel settore manutenzione e mi occupavo di riparazioni in muratura, inoltre sostituivo gli operai addetti ad altre mansioni. La mia occupazione principale in cava consisteva nel ricavare blocchi di marmo che servivano per monumenti, statue e grandi manufatti. I detriti venivano macinati in seguito, nello stabilimento a lago per ottenere graniglia, polvere e calce. Il lavoro era suddiviso in squadre: il filista tagliava i blocchi grossi utilizzando acqua e sabbia per non rovinarli, in modo da ottenere un taglio liscio; il minatore faceva brillare le mine, dove la roccia era più difficile da tagliare; l’operaio servendosi di un carrello trasportava le scaglie di marmo alla teleferica, dove, con slitte e corde, venivano calate fino allo stabilimento in basso.

[Nello stabilimento a lago trovavano occupazione gli scalpellini che realizzavano sculture, i fresatori che tagliavano i blocchi in lastre, e, nel reparto mulino, gli operai che macinavano gli scarti per ricavarne graniglia, polvere e cipria.]

Io lavoravo dieci ore al giorno, con una pausa di circa un’ora e mezza, a volte anche meno. Non ho mai usufruito di giorni di ferie perché venivano già considerati festivi quei giorni in cui non si poteva lavorare a causa delle avverse condizioni meteorologiche. L’unico giorno in cui pretendevo di essere libero dagli impegni lavorativi era il 16 agosto, per devozione a S. Rocco. Il mio turno di lavoro cominciava alle cinque del mattino. La prima mansione consisteva nella movimentazione dei sassi pericolosi affinché non cadessero a valle. Dopo le sette del mattino cominciavamo a spostare i massi che, a seconda della loro grandezza, venivano legati con tre o quattro corde, dette sciguette, per poi essere collocati su una specie di slitta: la lizza.

Per fissare le funi si praticavano dei fori a mano nei quali si inserivano dei chiodi in legno – i piroo – e a questo punto si lasciava scivolare lentamente il masso. La cava in alto era quella dei grossi blocchi, quella di mezzo, all’altezza di Sant’Eufemia, forniva per lo più graniglie, mentre nella cava piccola, all’altezza del Giardino del Merlo, aperta negli anni 1954-55, si tagliavano i blocchi col filo. Per velocizzare il lavoro, i responsabili della cava ordinarono di far brillare le baramìne, grosse mine che contenevano circa 30 quintali di polvere nera ciascuna.

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Il susseguirsi di queste esplosioni ha distrutto l’intero Giardino del Merlo, unitamente al Castello di Musso. Non c’è più nulla, è rimasta una scaletta, attualmente impraticabile. Prima delle esplosioni erano ancora visibili le cantine del Castello, in una delle quali sgorgava l’acqua. Il pavimento del Castello presentava un disegno raffigurante note musicali (SIC!).”

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