Altri rampicanti per climi temperati

S’aggrappano, s’appoggiano, festonano, ricadono mollemente, rivestono con la grazia di trine e merletti, oppure scalano, divorano, ricoprono, a volte strangolano, persino.

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No, non stiamo parlando di settecentesche dame in crinolina né di un’orda famelica di barbari invasori, stiamo parlando di rampicanti: un eterogeneo gruppo di piante, appartenenti alle più varie famiglie botaniche e provenienti dalle più diverse regioni del globo e, quindi, adatte a venire incontro alle nostre più disparate esigenze. Eppure… eppure…

Nel frattempo, in un qualunque vivaio/garden center di una qualunque parte d’Italia…

Buongiorno, avete mica il gelsomino?” “Quale?” – fingendo indifferenza, ma già sapendo dove si andrà a parare. “Ma sì, quello… solito, quello che non perde le foglie”. “Quello con le foglie lucide, lanceolate, un po’ spesse?” “Ma sì, quello… normale!” “Ah, sì, ho capito – ostentando una certa aria di sufficienza – il falso gelsomino?” “Perché, non è quello vero?!?” “No, guardi, signora, quello vero è tutta un’altra cosa!”

Perché davvero non se ne può proprio più, di questo benedetto Trachelospermum jasminoides. Il quale, oltretutto, è ancora noto come Rhyncospermum jasminoides Hort., dove Hort. sta per “hortulanorum”, cioè “dei giardinieri”o, peggio ancora, “dei vivaisti”. (Nota: entrambe le categorie sono tristemente note per la lentezza biblica con cui si adeguano ai cambiamenti nella nomenclatura botanica. I Botanici – quelli che per professione danno i nomi alle piante – dal canto loro, ogni tanto si lasciano prendere un po’ dall’ebbrezza del gioco e contribuiscono a complicare non poco la vita di noi poveri “consumatori di piante” o utenti, come si preferisce dire oggi). Il nome di “falso gelsomino” gli deriva invece dal fatto di appartenere alla famiglia delle Apocynacee (quella dell’oleandro, per intenderci), mentre i veri gelsomini (genere Jasminum) appartengono alla famiglia delle Oleacee (quella dell’ulivo, per intenderci). Prova ne è che da qualunque lesione e/o ferita cola un latice bianco e appiccicaticcio. Tossico, per di più, ma solo se entra in contatto con le mucose.

Per essere bello, è bello: con quelle sue foglie verde scuro, lucide, coriacee, e la fioritura bianca, profumata – forse fin troppo – talmente abbondante da coprire completamente la pianta. Oltretutto ha dalla sua la resistenza al sole, all’ombra, all’inquinamento, alla mancanza d’acqua, alle sevizie che solo i più inesperti “pollici grigi” possono arrecare alle loro beniamine. E, dulcis in fundo, un’invidiabile resistenza alla costrizione in vaso e un lento, lentissimo processo di invecchiamento. A pari merito con un’altra pianta bella, bellissima, dalle foglie lucide, sempreverdi e dall’altrettanto profumata fioritura bianca e, se possibile, altrettanto abusata: il pittosforo.

Come se, con tutto il ben di Dio che esiste fra i rampicanti, la scelta, alla fine, si fosse ridotta a due sole essenze: il falso gelsomino, al sole, e l’edera, ma un po’ a malincuore, all’ombra. Perché ormai sono queste le caratteristiche che devono possedere queste povere piante, se vogliono meritarsi, e soprattutto mantenere, un posto, sui nostri balconi/terrazzi o nei nostri giardini: devono innanzitutto essere sempreverdi, per dividere, separare, coprire, mascherare, occultare, nascondere – e chi più ne ha più ne metta – da quelli, che prima di essere considerati dei vicini, più o meno prossimi, sono considerati dei nemici, degli inguaribili voyeur. I quali, probabilmente, penseranno esattamente la stessa cosa di noi.

Se poi in più la pianta in questione ha anche il bonus della fioritura, allora ben venga, purché, è sottinteso, non sporchi troppo. Ma nel caso del Trachelospermum, anzi, pardon, Rhyncospermum, si può ben chiudere un occhio, in nome di tanta bellezza e di tanto profumo.

Anche se, come dicevamo poc’anzi, il gelsomino vero è tutta un’altra cosa. Ahinoi!

Come se, fra rampicanti, sarmentose, volubili e scandenti; fra uncini, viticci, ventose, radici aeree e peduncoli fogliari, non esistesse, non dico qualcosa di meglio, ma almeno di alternativo.

Sono passati poco più di vent’anni da quando il compianto Guglielmo Betto, instancabile ricercatore e attento sperimentatore (in un’epoca in cui – non dimentichiamocelo – Internet non esisteva), oltre che affascinante divulgatore, nel suo “Le piante rampicanti” (L’ornitorinco, Rizzoli, Milano, 1986), si profondeva nell’elenco di un’ottantina di generi – vi lascio quindi immaginare il numero di specie – di rampicanti”insoliti”. In quell’elenco il nostro amatissimo falso gelsomino era ancora riportato come pianta da diffondere (nel senso che qui al Nord la sua resistenza al freddo era ancora tutta da sperimentare). Ecco, direi che nel frattempo, si è decisamente diffusa. Fin troppo.

Esattamente come, giusto per parlare di un’altra pianta “à la page”, la Photinia ‘Red robin’ è diventata LA SIEPE degli anni ’90-2000, come il lauroceraso lo era stato negli anni 50-60-70-80, e prima di lui, il ligustro. E chi, se lo ricorda più, ormai, il ligustro?

Esattamente come, se mi si permette la citazione colta: “Da una ricerca storica condotta velocemente da me stessa, risulta che l’anno della mia prima comunione, la rughetta (rucola, N.d.A.) non esisteva”. Così recita, in uno dei suoi libri, Luciana Littizzetto, irriverente come sempre.

Ecco, probabilmente, anche il Rhyncospermum non esisteva, l’anno della mia prima comunione, o, almeno, se ne stava ancora saldamente ancorato a casa sua, e non a qualunque ringhiera-treillage-recinzione, di un qualunque balcone-terrazzo-giardino di un qualunque borgo-paese-città d’Italia, dall’Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno (quello che passa da Bologna).

Errata corrige: dall’elenco – datato 1884 – delle piante coltivate in un giardino storico sul lago di Como, di cui sto curando la riqualificazione botanica, risulta che il nostro (allora ancora Rhyncospermum) era purtroppo già tristemente noto alle cronache.

Come potrete immaginare, si tratta di un’opinione assolutamente personale, che deriva dal fatto di vivere in compagnia del nostro beneamato per ben dodici mesi all’anno (N.d.A.)

Se invece siete proprio degli inguaribili aficionados e avete paura a lasciare la strada vecchia per la nuova, vi consiglio alcune piccole variazioni sul tema: Trachelospermum asiaticum, molto simile al nostro ma dal fiore giallino e un profumo meno fastidioso, e due strane varietà più adatte però come tappezzanti che come rampicanti: il cosiddetto Trachelospermum asiaticum “angustifolium” e il T. asiaticum “Tricolor”, dalle vistose screziature bianche e rosa.

Se invece siete degli imperdonabili romantici e per voi la rosa rimane la regina dei fiori, spiacente di spezzarvi il cuore, ma sappiate che in realtà non si può parlare di rose rampicanti – perché le rose non hanno mezzi “attivi” per aggrapparsi – bensì occorre parlare di rose sarmentose, visto che possono solo “appoggiarsi” ai sostegni, a cui poi si assicurano per mezzo delle spine, spesso uncinate e rivolte verso il basso, come è il caso, ad esempio, della bougainvillea oppure dei rovi. Visto che si tratta di un mondo sconfinato, posso solo permettermi di consigliarvene una: la Rosa banksiae. Grande, per non dire immensa, spesso sempreverde, o quasi, dai fusti che si sfogliano a maturità. Con l’unico difetto, perdonabilissimo, tra l’altro, di un’unica, ma spettacolare, fioritura. E un insolito profumo di violetta…

Così, se siete amanti dell’”Old English Style”, niente di meglio delle clematidi. Anche qui l’imbarazzo della scelta: spontanee o coltivate, sempreverdi o spoglianti, dal fiore a campanella oppure a piattino, in innumerevoli sfumature di colore, dal bianco al giallo, al rosa al rosso, al viola. Anche qui, se posso fare solo un nome, ma semplicemente perché ho un debole per le piante profumate: Clematis armandii.

Se invece siete amanti del Tropical look, vi consiglio di andare a visitare il sito di Maurizio Vecchia, grande appassionato e conoscitore di passiflore (www.passiflora.it). Qui, più che di un mondo, si tratta di un vero e proprio universo dove, fra centinaia di specie e migliaia di ibridi creati dall’uomo, troverete sicuramente quella che fa al caso vostro. Il difficile poi è, semmai, come al solito, trovarle dal vostro fornitore di fiducia.

Sempre per gli amanti dell’esotico, vi consiglio di provare Hoya carnosa, conosciuta anche come fiore di cera, che, benché normalmente sia considerata una pianta da serra fredda, da me riesce a svernare da anni sul balcone di casa, con una/due ore di sole al giorno, dove ha resistito, asciutta e al riparo dalla pioggia a -3°C. E’ anche vero che la pianta madre cresceva a Berlino, dove passava l’inverno protetta da semplice cellophane con le bolle. E’ proprio vero che con le piante finché non si prova di persona…

Se invece siete appassionati del genere “Mission impossibile”, il paese che ci riserva il maggior numero di sfide da questo punto di vista è sicuramente il Cile: là, nelle foreste di Valdivia, fresche e nebbiose, si cela un tale numero di rampicanti – difficili sia da trovare che da coltivare – da far girare la testa a qualunque appassionato. Dal mitico copihue (Lapageria rosea), bello ed impossibile, il cui nome vuole ricordare la prima moglie di Napoleone, ai tanti tropeoli tuberosi (Tropaeolum azureum, T. tricolorum e tanti altri, pressoché sconosciuti), ad Asteranthera ovata, Berberidopsis corallina, Mitraria coccinea, Sarmienta repens, etc. Se siete alle prime armi e volete allenare il vostro pollice verde con qualcosa di più facile, potete cominciare con Cissus striata, piccolo rampicante sempreverde della famiglia della vite. Non fiorisce (o quasi), ma le sue graziose foglie verdi possono rivestire un muretto al posto di una delle innumerevoli varietà di edera. Se invece preferite i fiori, ecco Eccremocarpus scaber, che si ottiene da seme e nasce e fiorisce con una certa facilità.

Se poi riuscite a coltivare con successo una di queste piante “impossibili”, fatecelo sapere: saremo ben lieti di condividere con voi il vostro trionfo personale.

I compiti per casa:

G. Betto “Le piante rampicanti”, L’ornitorinco, Rizzoli, Milano, 1986

F. Consolino, E. Banfi “Piante rampicanti”, A. Mondadori Editore, Milano, 1993

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The unwatered garden: il giardino da non innaffiare

O, meglio, il giardino non irrigato. E, vi assicuro, la differenza non è poi tanto sottile come potrebbe sembrare.

In questo modo Derek Jarman aveva chiamato il suo, sulla costa inglese del Kent, popolato da papaveri della California (Eschscholtzia californica) e cavoli marini (Crambe maritima), oltre che da resti di relitti (o rifiuti, se preferite) portati a riva dalla risacca. Certo, nessuno di noi si sognerebbe mai, o quasi, di fare un giardino di sole “erbacce”. Ma Jarman era un Artista, con la A maiuscola. Eppure…

Eppure ci sono tante piante che erbacce non sono – oppure, come sempre capita, lo sono a casa loro, ma, si sa, nessuno è profeta in patria – e che non sfigurerebbero affatto in un giardino con un’aria, diciamo così, un po’ “country”.

Ma, un po’ per amor di novità – che spesso novità non sono – oppure per quel senso di coscienza ambientalista che, dapprima serpeggiando lentamente, si è poi saldamente insinuato negli animi dei giardinieri free-lance (o fai-da-te, se preferite). Quelli che hanno capito che il prato all’inglese sta bene solo in Inghilterra e, forse, ormai neppure là….

[Questa frase non ha assolutamente senso, ma ci ho messo sette anni per accorgermene, per la serie: meglio tardi che mai ahahaha]

Tutto è cominciato nella torrida estate del 2003. Quando, qui nella fertile e, teoricamente, ricca di acqua, Pianura padana, a causa di un calamitoso susseguirsi di eventi meteoclimatici, ad un inverno decisamente asciutto, seguirono una primavera altrettanto asciutta e poi, a partire da maggio, il solleone prese a picchiare: settimane e settimane di cielo terso, senza una goccia d’acqua.

Era come se, insieme alla cappa di calura opprimente, si percepisse, ugualmente opprimente, il gravare di un senso di desolazione cosmica, in cui il muto lamento di tigli e betulle, querce ed ippocastani, che morivano a migliaia, si unisse all’attonito stupore di noi animi sensibili, che in silenzio stavamo a guardare, in attesa che il Sole, nuovamente guidato da un auriga impazzito, riprendesse il suo corso regolare, e che la canicola potesse finalmente avere fine. Il che puntualmente avvenne, ma solo alla fine di ottobre, con l’arrivo delle piogge ristoratrici.

E’ stato così che ho cominciato a studiare, con interesse e dedizione sempre crescente, e poi a sperimentare, alcune piante che potessero avere migliori probabilità di adattarsi all’ecosistema urbano, uno dei peggiori possibili.

Innanzitutto, come riconoscerle? Le piante per climi asciutti, che non deve necessariamente significare anche caldi, hanno sviluppato una serie di adattamenti che permette loro di sopravvivere a periodi più o meno prolungati di siccità. Hanno, ad esempio, foglie grigie, spesso tomentose, meglio adatte a difenderle dalla disidratazione. E’ il caso di numerosissime piante aromatiche, dalla salvia alle lavande, dall’elicriso alla santolina.

Oppure, se si ostinano a possedere foglie verdi, le hanno coriacee e lucide per la presenza di sostanze simili a cera, come è il caso ad esempio dell’alloro e del corbezzolo.

Oppure ancora, hanno cercato di ridurre la superficie traspirante, rendendole simili ad aghi, come il rosmarino. Senza arrivare agli eccessi della gran parte dei cactus, i quali però, evidentemente, vivono in ambienti decisamente più ostili.

Da dove vengono? Anche qui non c’è che l’imbarazzo della scelta: luogo d’elezione di queste piante sono le cinque zone della Terra a clima mediterraneo, caratterizzato da inverni miti e discretamente umidi, seguiti da estati torride ed asciutte. Oltre al bacino del Mediterraneo, climi di questo tipo si trovano in una parte del Sudafrica, della California, della California e del Cile, le cui flore possiamo saccheggiare a piene mani (sempre però passando dai vivai) se vogliamo provare a coltivare qualcosa di nuovo.

La scelta è, quindi, davvero ampia, fra piante indigene ed esotiche novità, così com’è ampia la scelta fra erbacee ed arbusti, bulbose (a migliaia) ed alberi.

Vorrei iniziare questa rapida – e necessariamente parziale – carrellata, con alcune piante di casa nostra, magari aromatiche, che nelle calde giornate (oppure serate) estive fanno sentire prepotentemente la loro presenza, resa più gagliarda dalla rottura delle vescicole contenenti gli oli essenziali.

Perché però, visto e considerato che in giardino, come in cucina, oggidì va di moda la “fusion”, non cominciare col metterci un bel cardo? Grigio, imponente, sofisticato nella sua aria “di campagna”, che nulla ha da invidiare alle più apprezzate erbacee a foglia grigia. Oppure la ruta, nella sua varietà “Jackman’s blue”, più glauca che grigia, il cui profumo possiede un vago sentore di noce di cocco. Non garantisco però a proposito di eventuali grappe…

Oppure un bell’assenzio, magari nella varietà “Lambrook silver”, per chi vuole ostentare atteggiamenti da maudit. Per le signore non so, magari potrebbe bastare un anicino… che nel nostro caso equivale a piantarsi in giardino, oppure sul terrazzo – quasi tutte le aromatiche sono piante rustiche ed adattabili – il finocchietto selvatico, magari nella sua varietà “Bronze”, a cui essere grati per il profumo dei frutti e delle splendide foglie simili a piume, e, se siete abbastanza fortunati, per il raro piacere di poter osservare da vicino i variopinti bruchi del macaone.

Se invece, fra le piante esotiche, potessi sceglierne solo una, dopo lunghe riflessioni, credo proprio che la scelta ricadrebbe su LEI: Romneya coulteri. Bella, bellissima, capricciosa come solo le dive sanno essere ma, quando avrete trovato il modo di addomesticarla, saprà ricompensarvi con i suoi splendidi fiori, bianchi con il centro giallo, simili ad immensi papaveri, dai petali fatti di carta velina.

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Se l’argomento è di vostro interesse, vi consiglio un paio di letture per l’estate (inverno?!?): “The dry garden” e “The gravel garden” di Beth Chatto e “Pour un Jardin sans Arrosage” di Olivier Filippi. Buona lettura!

PS Forse vi domanderete: ma per l’ombra asciutta non ha pensato niente? Non vi preoccupate: to be continued…

IN SINTESI:

Cosa potete fare per aiutare le nostre piante a difendersi da prolungati periodi di siccità:

  • scegliete le piante adatte. Esistono piante per ogni luogo, anche quelli peggiori. Ricordate che anche la pianta più bella nel posto sbagliato può diventare orribile

  • pacciamate con qualunque materiale abbiate a disposizione, dalla corteccia ai gusci di nocciole, dagli sfalci del prato (attenti alla fermentazione!) al letame ben maturo, dalle foglie secche alla ghiaia

  • annaffiate abbondantemente (se non esistono restrizioni in merito all’uso dell’acqua potabile per usi irrigui), ma prolungando gli intervalli fra un’irrigazione e l’altra: favorisce lo sviluppo di radici profonde, meno sensibili agli sbalzi di temperatura ed umidità negli strati superficiali del terreno

  • utilizzate le micorrize (miscele di funghi simbionti) all’impianto. Aiutano la pianta a superare gli stress, soprattutto quelli idrici

  • riducete le concimazioni, soprattutto azotate, e aumentate quelle a base di potassio

La Regina della Notte – Der Nachtkonigin

Prologo. E’ il crepuscolo: cala la sera e con essa la temperatura. Aumenta l’umidità dell’aria; il sistema sensoriale delle piante percepisce il cambiamento e dà inizio allo spettacolo: si passa dalla scienza alla poesia. Fiori meravigliosi schiudono le corolle, candide e profumatissime, per attirare farfalle crepuscolari e falene notturne, ma talora anche i pipistrelli, fino a che non arriva la luce del sole a spezzare l’incanto, in attesa di una nuova notte.

Se quindi qualcuno di voi avesse pensato per un attimo di trovarsi di fronte ad una nuova rubrica dedicata alla musica lirica, spiacenti di averlo deluso: stiamo parlando anche questa volta, tanto per cambiare, di piante. Non di una sola pianta si tratta, infatti, quando si parla di “Regina della notte”, bensì di una manciata di specie, suddivise fra cinque o sei generi, di Cactacee – tutte, evidentemente, a fioritura notturna. Ci sono però altre caratteristiche che queste piante, dai fiori sensuali ed eterei al tempo stesso, condividono: provengono da zone con clima subtropicale umido; si comportano per la maggior parte come epifite (crescono cioè sugli alberi) oppure litofite (si lasciano penzolare giù dalle rocce); hanno fusti a sezione approssimativamente circolare, oppure appiattiti, simili a foglie, dai quali spuntano le radici aeree, oppure ancora triamgolare; i fiori, che possono essere anche molto grandi, hanno i segmenti del perianzio (gli elementi del fiore) lanceolati ed appuntiti, di colore variabile (rossi o gialli o verdini quelli esterni, bianco più o meno puro quelli interni), di dimensioni progressivamente decrescenti dall’esterno verso l’interno; il profumo è quello che viene comunemente definito “dolce” oppure “di muffa” (a volte è meglio non indagare ulteriormente…), perfetto per attirare le falene il primo e il secondo i pipistrelli; la fioritura è crepuscolare oppure tardo serale e i fiori appassiscono il mattino successivo, ma possono durare un pochino di più se il cielo è coperto.

Se le Cactacee a fioritura notturna sono già di per sé abbastanza numerose (Cryptocereus anthonyanus, le specie del genere Discocactus, Echinopsis eyriesii, Monvillea spegazzinii, i Pygmaeocereus, Setiechinopsis mirabilis), il titolo di “Regina della Notte” è conteso fra vari Cereus, fra cui C. aethiops, C. jamacaru e C. peruvianus, Epiphyllum oxypetalum, gli Hylocereus, fra cui H. undatus, Marniera chrysocardium, i Selenicereus con 25 specie e vari Trichocereus, fra cui T. candicans e T. spachianus

Ma il più famoso di tutti, quello a cui abbiamo deciso di dedicare la copertina, è sicuramente il Selenicereus pteranthus, che già nel nome, di origine greca, ricorda Selene, uno dei nomi della Dea Luna.

Nome scientifico: Selenicereus pteranthus

Famiglia: Cactaceae

Origine: Centroamerica

Aspetto: pianta strisciante o rampicante, con fusti di 3-4 cm di diametro, con 4-5 costolature grossolane e spine sottili, dai quali spuntano le radici aeree, che hanno la duplice funzione di sostenere la pianta e di assorbire umidità dall’aria.

Fiori: di colore rosso-verdastro all’esterno e bianco nella parte centrale, possono arrivare a 20-30 centimetri di lunghezza e più di venti di diametro che si aprono in tarda serata e appassiscono il mattino successivo e a cui fanno seguito bacche ovoidali commestibili, che maturano in autunno

Fioritura: concentrata all’inizio dell’estate, prosegue poi sporadicamente finché le temperature lo consentono

Coltivazione: esposizione a mezzo sole nelle zone più calde; terriccio ricco e sciolto, addizionato di sabbia e torba; abbastanza rustico – ma è meglio non rischiare – tenetelo al riparo dal gelo. Ridurre drasticamente le innaffiature durante i mesi invernali. Può essere coltivato anche in vaso, che deve essere di buone dimensioni. Una curiosità: si può tenere anche in idrocoltura, a condizione di essere adeguatamente concimato.

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Il Giardino del Merlo a Dongo (CO): una meraviglia dimenticata dagli uomini, ma non da Dio – part 2.4

LE CAVE DI MARMO

Dal racconto di un ex lavoratore alla cava di marmo, Artimedio Salice:

Ho lavorato alla cava di marmo dal 1940 al 1949. Ho ripreso il lavoro in cava, alle dipendenze della ditta Luigi Scalini, dal marzo 1952 sino al 1960.

Nel 1952 lo stipendio base ammontava a 40,80 lire all’ora. All’epoca in cui fui assunto, lavoravano circa cinquanta operai nella cava e altrettanti nello stabilimento a lago. Io lavoravo nel settore manutenzione e mi occupavo di riparazioni in muratura, inoltre sostituivo gli operai addetti ad altre mansioni. La mia occupazione principale in cava consisteva nel ricavare blocchi di marmo che servivano per monumenti, statue e grandi manufatti. I detriti venivano macinati in seguito, nello stabilimento a lago per ottenere graniglia, polvere e calce. Il lavoro era suddiviso in squadre: il filista tagliava i blocchi grossi utilizzando acqua e sabbia per non rovinarli, in modo da ottenere un taglio liscio; il minatore faceva brillare le mine, dove la roccia era più difficile da tagliare; l’operaio servendosi di un carrello trasportava le scaglie di marmo alla teleferica, dove, con slitte e corde, venivano calate fino allo stabilimento in basso.

[Nello stabilimento a lago trovavano occupazione gli scalpellini che realizzavano sculture, i fresatori che tagliavano i blocchi in lastre, e, nel reparto mulino, gli operai che macinavano gli scarti per ricavarne graniglia, polvere e cipria.]

Io lavoravo dieci ore al giorno, con una pausa di circa un’ora e mezza, a volte anche meno. Non ho mai usufruito di giorni di ferie perché venivano già considerati festivi quei giorni in cui non si poteva lavorare a causa delle avverse condizioni meteorologiche. L’unico giorno in cui pretendevo di essere libero dagli impegni lavorativi era il 16 agosto, per devozione a S. Rocco. Il mio turno di lavoro cominciava alle cinque del mattino. La prima mansione consisteva nella movimentazione dei sassi pericolosi affinché non cadessero a valle. Dopo le sette del mattino cominciavamo a spostare i massi che, a seconda della loro grandezza, venivano legati con tre o quattro corde, dette sciguette, per poi essere collocati su una specie di slitta: la lizza.

Per fissare le funi si praticavano dei fori a mano nei quali si inserivano dei chiodi in legno – i piroo – e a questo punto si lasciava scivolare lentamente il masso. La cava in alto era quella dei grossi blocchi, quella di mezzo, all’altezza di Sant’Eufemia, forniva per lo più graniglie, mentre nella cava piccola, all’altezza del Giardino del Merlo, aperta negli anni 1954-55, si tagliavano i blocchi col filo. Per velocizzare il lavoro, i responsabili della cava ordinarono di far brillare le baramìne, grosse mine che contenevano circa 30 quintali di polvere nera ciascuna.

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Il susseguirsi di queste esplosioni ha distrutto l’intero Giardino del Merlo, unitamente al Castello di Musso. Non c’è più nulla, è rimasta una scaletta, attualmente impraticabile. Prima delle esplosioni erano ancora visibili le cantine del Castello, in una delle quali sgorgava l’acqua. Il pavimento del Castello presentava un disegno raffigurante note musicali (SIC!).”